UNA VITA COME TANTE – HANYA YANAGIHARA

In una New York fervida e sontuosa vivono quattro ragazzi, ex compagni di college, che da sempre sono stati vicini l’uno all’altro. Si sono trasferiti nella metropoli da una cittadina del New England, e all’inizio sono sostenuti solo dalla loro amicizia e dall’ambizione. Willem, dall’animo gentile, vuole fare l’attore. JB, scaltro e a volte crudele, insegue un accesso al mondo dell’arte. Malcolm è un architetto frustrato in uno studio prestigioso. Jude, avvocato brillante e di enigmatica riservatezza, è il loro centro di gravità.
Nei suoi riguardi l’affetto e la solidarietà prendono una piega differente, per lui i ragazzi hanno una cura particolare, una sensibilità speciale e tormentata, perché la sua vita sempre oscilla tra la luce del riscatto e il baratro dell’autodistruzione. Intorno a Jude, al suo passato, alla sua lotta per conquistarsi un futuro, si plasmano campi di forze e tensioni, lealtà e tradimenti, sogni e disperazione. E la sua storia diventa una disamina, magnifica e perturbante, della crudeltà umana e del potere taumaturgico dell’amicizia.

La pagina 1091 di Una vita come tante mi ha ricordato la fine di un viaggio. Forse sarebbe più corretto dire di una vacanza. Di quelle che facevo da bambina, ad agosto, quando il papà aveva le ferie. Quelle giornate lontane da tutte le preoccupazioni sembravano infinite, ma se guardavi i giorni sul calendario ti rendevi conto che spesso erano una settimana o al massimo dieci giorni scarsi. Eppure in quel tempo dilatato fuori dall’ordinario, succedeva sempre qualcosa di magico.
Di quei viaggi, ricordo poco, se non la sensazione generale che provavo al momento dell’arrivo. Atterraggi di aerei, approdi di navi. Ritorni a casa. E sentirsi diversi da quando si è partiti.
Chiudere questo volume blu mi ha fatto provare le stesse sensazioni.

Breve excursus (piccoli commenti personali, che potrebbero rallentare un po’ la vostra permanenza su questa pagina. Se non siete tipi da cose lunghe e amate la sintesi andate diretti alla voce successiva)

L’incontro con questo libro è avvenuto in maniera del tutto casuale. Una domenica di fine aprile ho deciso, dopo un po’ di tempo che non andavo, di fare un giro alla Feltrinelli, un luogo che amo, uno dei pochi posti della mia città dove riesco sempre a ritagliarmi il mio spazio e a fluttuare tra gli scaffali ordinati, con la sensazione che non mi basterebbe una vita intera per scoprire a fondo i tesori che nascondono. Quella libreria mi consente di regalarmi del tempo prezioso e io le sono grata tutte le volte che esco con il mio sacchetto di carta marrone e il sorriso di chi vuole sole correre a casa per iniziare a leggere.
Dicevo quindi, giravo come un’anima felice, avida di trame da scoprire, quando mi sono imbattuta in questo mattoncino sobrio e bellissimo.
L’autrice, Hanya Yanagihara, statunitense di origini hawaiane, l’avevo già sentita, ma non mi ero mai fermata più di tanto ad approfondire che cosa avesse scritto. C’è da dire che la casa editrice da sola poteva bastare a farmi propendere per un sì nei confronti della spesa dei ventidue euro necessari all’acquisto di questo romanzo, senza quasi dovermi soffermare a leggere la trama: l’inconfondibile copertina blu di Sellerio difficilmente delude.
Ma devo ammettere che la spinta finale è arrivata da un signore, che vedendomi accarezzare da più di mezz’ora il tomo, trasportarlo avanti e indietro per la libreria e bistrattarlo mentre cercavo qualcosa di più maneggevole e più economico con cui sostituire il mio futuro acquisto (purtroppo l’indecisione regna sempre sovrana in questi momenti), ha deciso di darmi una mano nella scelta dicendomi: “È bellissimo. Se riesci a resistere per le prime duecento pagine poi non potrai più smettere di leggerlo!”.
Penso bastino le poche parole di quel gentile signore per dare un giudizio su questo libro. È esattamente così che è andata anche per me.

Recensione

Una vita come tante è un libro che, un po’ come si fa con la vecchia zia che scopri solo qualche minuto prima verrà a cena a casa tua quella sera, si accoglie con una sensazione di contentezza leggermente forzata, della serie un po’ mi fa piacere, ma un po’ lo devo fare (e in questo caso lo DEVO fare perché sti cazzi voglio finirle ste mille pagine).
E così, come alla fine di quel genere di cene ti lanci al collo della zia ricordandoti quanto è speciale e invidiandole irrimediabilmente il fatto di essere nata negli anni trenta, contentissima di aver passato tre ore a sentire i suoi racconti, allo stesso modo ho chiuso questo libro, con una sensazione di contentezza e la convinzione che non avrei potuto dedicare a niente di meglio le ore passate a leggerlo.
Lasciando da parte tutti i miei preamboli (come sempre mi perdo nei dettagli, ma è la mia prima recensione e deve prendere un po’ le misure) e andando un po’ più nel merito del giudizio sul libro, posso dire di averlo trovato splendido. Ho ammirato la bravura dell’autrice nel portare avanti per più di mille pagine un racconto che, senza una capacità narrativa di un certo livello, sarebbe potuto cadere in qualsiasi momento nello scontato. Ho amato molto i personaggi, magistralmente delineati per racchiudere, tutti e quattro a loro modo, positività e negatività dell’animo umano, propendendo forse di più verso la seconda di queste categorie. Li ho trovati reali e concreti, veri nel loro essere semplicemente uomini.
Il libro prende a mio parere il via superata la parte iniziale, necessaria per contestualizzare la storia e per raccontare le caratteristiche dei quattro personaggi, ma forse un po’ lunga e dispersiva; ammetto che in questa fase mi sono persa e più di una volta ho pensato di abbandonare l’impresa. Memore delle parole dell’ormai famoso signore però, non ho mollato e superate queste prime difficoltà mi sono ritrovata nel vivo del romanzo. Ad un certo punto, infatti, l’autrice punta l’obiettivo su Jude, che diventa inaspettatamente il protagonista, mentre tutti gli altri personaggi passano in secondo piano, per poi tornare di tanto in tanto a far parlare di loro in maniera più o meno consistente. Una vita come tante infatti, così come il titolo riporta, è appunto la storia di una vita, e proprio come tale ci viene raccontata, partendo dagli anni del college del protagonista per finire con gli ultimi giorni della sua vita. Esiste un ordine cronologico che la narrazione segue in maniera piuttosto sistematica, interrotto spesso da piccoli flash back, che consentono al lettore di poter comporre mentalmente il puzzle relativo all’esistenza di Jude, con dei pezzi che solo verso la fine della seconda metà del libro potranno essere ricomposti.
L’ultima parte del romanzo, lascia da parte il passato e si concentra solo sul presente e sulla  situazione che il protagonista vive in quel momento, chiudendosi con un ultimo inaspettato colpo di scena.

Gli aspetti che mi hanno colpito di questo libro di Hanya Yanagihara sono stati soprattutto due.
Il primo è che questa lettura mi ha fortemente ricordato come il concetto di amore, non so bene perché troppo spesso nella mia mente legato solo agli aspetti sentimentali della relazione di coppia in quanto tale, possa essere invece sempre inteso in maniera universale come una forma di energia positiva in grado di sviluppare legami saldi e importanti tra esseri umani. Questo libro è pervaso da unioni di questo tipo, e nonostante abbia come temi principali il dolore e la sofferenza, che restano sullo sfondo per tutta la narrazione, trovo che la dimensione dell’amore e dell’affetto, della disponibilità e del voler bene in modo gratuito siano preponderanti in quasi tutti i personaggi, per lo meno in quelli “buoni”, che sono tra l’altro la maggior parte. Ed è questa la cosa meravigliosa di questo romanzo, che come già detto ha un’altissima concentrazione di vicende tragiche al suo interno, la capacità di far emergere sopra tante atrocità, la bellezza e la bontà dei propri personaggi e la loro voglia di relazioni autentiche, assolutamente umane. Non solo, ma in un testo che ha come tema centrale il dolore, il fatto che ci sia una quasi totalità di personaggi dai sentimenti nobili, e solo una piccola percentuale di malvagi che hanno causato il dolore di cui sopra, lascia affascinati.
Parlare di atrocità mi fa approdare al secondo punto che mi ha colpita in questo testo.
Il protagonista, Jude, è una persona intelligente, colta, sensibile, attenta. Nel corso della sua vita raggiunge successo in moltissimi campi: è uno studente brillante, un professionista stimato, un amico fidato, un uomo a cui tutti vogliono bene e di cui è quasi impossibile non desiderare di prendersi cura. Eppure, nonostante tutto il bene da cui è circondato, quello che l’ha segnato è più forte del resto e non gli consente di avere una vita normale e di superare le barriere, non solo fisiche, che lo circondano. La sensazione che mi ha accompagnato per tutto il corso della lettura di questo romanzo è che il protagonista abbia molto vicino, a pochi centimetri da lui, la possibilità di vivere, finalmente, un’esistenza felice, lontana da dolore e dall’autolesionismo, aperta all’altro e alla fiducia verso di esso. Ma fino alla fine, nonostante sembri sempre che questo possa accadere da un momento all’altro, non succede mai. A Jude sono precluse certe cose, il suo dolore è così grande e la sua esistenza così segnata che per lui non c’è la possibilità di vivere le cose semplici della quotidianità, come per ognuno di noi. La sua fatica nell’accettare l’amore, la sua paura perenne di non essere all’altezza di niente, fa sentire il lettore inerme di fronte al male che certe persone sono costrette a subire e impotente davanti all’impossibilità che, alcune volte, si ha di guarirlo.

Una vita come tante è un titolo buffo, perché la vita di Jude è esattamente l’opposto di una vita qualunque. È una vita terribile, complessa, cruenta. Ma anche una vita piena e unica. E con questo mix di emozioni nel cuore e la sensazione definitiva che a volte, semplicemente, alcuni mali non si possono curare, ho chiuso questo libro sentendomi diversa, più ricca e con tanti nuovi pensieri in testa.

La citazione che ho amato

“Durante i suoi vent’anni c’erano stati periodi in cui guardava i suoi amici e provava una gioia così pura, così profonda da fargli desiderare che il mondo si fermasse, che nessuno di loro dovesse andare oltre quell’istante in cui tutto era in equilibrio e il suo affetto per loro era assoluto. Ma ovviamente non era possibile: un secondo dopotutto si sarebbe trasformato, e quell’istante sarebbe silenziosamente svanito.
Sarebbe stato troppo melodrammatico, troppo estremo affermare che da quel momento in poi JB aveva perso per sempre qualunque credito, ai suoi occhi. Ma era innegabile che, finalmente, stava iniziando a rendersi conto che un giorno le persone di cui aveva imparato a fidarsi avrebbero potuto tradirlo; che, per quanto fosse triste ammetterlo, non poteva farci niente e che la vita avrebbe continuato a spronarlo, perché per ogni persona che un domani lo avrebbe deluso ce n’era almeno un’altra  che non l’avrebbe mai fatto”.

TITOLO: Una vita come tante
AUTORE: Hanya Yanagihara
TRADUZIONE: Luca Briasco
CASA EDITRICE: Sellerio
ANNO: 2016
PAGINE: 1091
PREZZO:  22 €

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