GLI SDRAIATI – MICHELE SERRA

Forse sono di là, forse sono altrove. In genere dormono quando il resto del mondo è sveglio, e vegliano quando il resto del mondo sta dormendo. Sono gli sdraiati. I figli adolescenti, i figli già ragazzi. Michele Serra si inoltra in quel mondo misterioso. Non risparmia niente ai figli, niente ai padri. Racconta l’estraneità, i conflitti, le occasioni perdute, il montare dei sensi di colpa, il formicolare di un’ostilità che nessuna saggezza riesce a placare.
Fra burrasche psichiche, satira sociale, orgogliose impennate di relativismo etico, il racconto affonda nel mondo ignoto dei figli e in quello almeno altrettanto ignoto dei “dopopadri”. Gli sdraiati è un romanzo comico, di avventure, una storia di rabbia, amore e malinconia. Ed è anche un piccolo monumento a una generazione che si è allungata orizzontalmente nel mondo, e forse da quella posizione riesce a vedere cose che gli eretti non vedono più, non vedono ancora, hanno smesso di vedere.

Recensione

Scrivo questa recensione mentre al piano di sotto un gruppo di cinque bambini tra i quattro e i dieci anni urla e salta nel giardino, tuffandosi e rischiando la vita dentro ad una piscinetta di gomma appoggiata da qualche previdente genitore su un materasso matrimoniale ancora incellofanato.
Niente mi sembra peggio dell’invasività mista a gridolini trapana timpani che i “figli” possono rappresentare a quell’età. Eppure, nell’esilarante libro “Gli sdraiati”, Michele Serra mostra uno scenario altrettanto funesto. Adolescenti divano-dipendenti che si trascinano nel mondo ad orari invertiti con le mani occupate da una moltitudine di devicetecnologici e le capacità di espressione pari a quelle di un giovane studente Erasmus del Liechtenstein arrivato in Italia da tre giorni.
Ho ventisei anni, questo libro è del 2013. Mi ricordo quando è uscito. Mia madre lo leggeva dopo pranzo sganasciandosi come una matta in poltrona. Ho pensato di aspettare per leggerlo. Mi sembrava di essere ancora troppo “da quel lato lì”.
Ho fatto bene, perché, sono sicura, cinque anni fa l’avrei trovato offensivo e avrei probabilmente deciso di abbandonare la lettura a metà, rischiando di perdermi quello che, a mio parere, è uno dei più spassosi, illuminanti e intelligenti romanzi comici degli ultimi tempi. In poco più di un centinaio di pagine, Michele Serra (non ha bisogno di presentazioni, ma per chi non lo sapesse è uno scrittore, giornalista, sceneggiatore e poeta nato a Roma nel 1954 e cresciuto a Milano, che “ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere”) riesce a tracciare uno spaccato dell’adolescente medio nell’Italia del XXI secolo capace di far ridere a crepa pelle anche i miei nonni di ottant’anni che pensano che lo smartphonesia un asciugacapelli di ultima generazione.

Gli aspetti che più ho apprezzato in questo libro sono principalmente due: le descrizioni e la volontà, in mezzo a tanta comicità, di portare avanti un messaggio più sottile, carico di riflessioni e pensieri alternativi, capaci di andare ben oltre i limiti a cui un titolo, tendenzialmente negativo, come quello scelto dall’autore possono far pensare.
Dicevo, da una parte le descrizioni: persone, oggetti, ambienti, qualsiasi cosa. Michele Serra scrive da dio e questo, ovviamente, presuppone una capacità di espressione notevole e un ampio vocabolario. Ma non sono tanto le parole che ti lasciano a bocca aperta, quanto la sua maestria nel metterle insieme, vicine, una accanto all’altra fino a formare un sorprendente mosaico di lemmi in grado di restituire al lettore un concetto fatto e finito, esposto con una bravura che, personalmente, ritrovo in pochi autori.

Più di un posacenere, in giro per la casa, rigurgita di cicche. Spero solo non tue. Dalla piccola catasta è tracimata qualche unità ribelle, rotolata sul tavolo o caduta per terra. Scaglie di cenere ornano specialmente il divano, tuo habitat prediletto. Vivi sdraiato. Tranne che in cucina, dove domina il puzzo di rancido, la casa è impregnata del tanfo di sigaretta spenta, e perfino a me, che fumo, pare impossibile classificare quella cappa mortifera come il residuo di un piacere. Il tabagista più irrecuperabile dovrebbe venire qui un paio di volte alla settimana, respirare con quello che gli resta dei polmoni quest’aria combusta e melmosa. Si redimerebbe”.

Questa incredibile attitudine a trasporre su carta i pensieri con un’abilità invidiabile non è pero una novità. L’aspetto interessante del libro è ancora un altro. Tra una risata e l’altra emerge quello che, a mio parere, è il vero significato dell’opera di Serra. L’autore non sta cercando di dire che la nostra generazione è persa. Al contrario con questo testo, al di là dei commenti più o meno ironici che si trovano durante la narrazione, sembra (quanto meno a me) che Serra stia provando ad aprire un dialogo con noi.
A differenza di altri prima di lui, l’autore prova ad intercettare l’attenzione di questa generazione di giovani, così diversa da quella del passato, ma anche tremendamente più sfortunata per molti aspetti, costretta a vivere in un mondo complesso ed incerto, che sicuramente non rende semplice il compito ancestrale di crescere e diventare se stessi. Io trovo, insomma, che la sua sia a tutti gli effetti una critica, ma una critica ampiamente costruttiva, capace di darci utili suggerimenti per guardare avanti con fiducia, nella consapevolezza che ci sono, seppur non siano la maggior parte, alcuni “grandi” capaci di guardarci per quello che siamo, ognuno di noi nel suo piccolo e nella sua unicità, e non solamente per quello che, in quanto categoria, oggi rappresentiamo.

Personalmente è un libro che mi ha lasciato con tanti interrogativi: che giovani siamo? Noi, cresciuti con i tablet e la Smart Tv, figli di genitori che, chi più chi meno, ci hanno concesso il lusso di uscire a cena con le loro carte di credito (o semplicemente di uscire per fare un giro dopo le ventidue, non accompagnati dal fratello maggiore), devoti ad una dimensione che con un click è in grado di mostrarci realtà dove cocktail, jet privati e cambi d’abito ad ogni ora la fanno da padrone, che cosa desideriamo dal nostro futuro? Vogliamo cose? O sappiamo che in fondo quello che conta è altro? Abbiamo ancora l’idilliaco seppur fragile e nascosto desiderio di accontentarci di una ventata di aria fresca sopra un’altura dopo una cammina fatta all’alba? Oppure la necessità di far vedere in tempo reale che abbiamo percorso 10 km in salita ci distrae e non ci consente di godere il momento?

Sono stata una adolescente sdraiata, nonostante i bei voti e i grandi progetti nelle mia testa. Ho fumato senza aspirare (ricordo ancora il sapore di caramelle Goleador alla cola miste a fumo nelle ore di matematica subito dopo l’intervallo), ballato fino alle prime ore del mattino indossando vestiti troppo attillati che mi facevano sentire inadeguata oltre che identica a tutte le ragazze che erano state da Zara con i saldi quello stesso week end e ho portato in giro il mio corpo stanco solo perché non volevo essere la prima ad andare a casa. Qualche volta sono andata impreparata a fare la verifica di chimica, ho detto che dormivo da un’amica per vedere un film e invece ho passeggiato per parco Sempione fino alle due. Guardavo la De Filippi mangiando pizza surgelata Esselunga sul divano se nessuno tornava per pranzo. Ho fatto delle cazzate. E adesso che le distinguo chiaramente, le vedo per quello che sono state, mi rendo conto della meraviglia che questo piccolo grande libro può rappresentare per chiunque lo legga.
È un racconto del passato, una storia che si ripete ciclicamente, una specie di libello che mette chiaramente a nudo la linea di passaggio da una parte all’altra.
Personalmente non mi sento più parte del gruppo degli sdraiati, i soggetti del libro, ma nemmeno posso dire di avere già i problemi e i pensieri di quelli dall’altra parte, i padri. Sono in mezzo. E forse, proprio per questo posso permettermi il lusso di ridere così tanto, senza eccessive riflessioni, di fronte a questo quadro tragi-comico che racconta la storia di oggi, la nostra storia.
Che siate da una parte, dall’altra, o magari, come me, in mezzo, credo che questo libro valga davvero la pena di essere letto e ve lo consiglio assolutamente!

La citazione che ho amato

“Penso a come è stato facile amarti da piccolo. A quanto è difficile continuare a farlo ora che le nostre stature sono appaiate, la tua voce somiglia alla mia e dunque reclama gli stessi toni e volumi, gli ingombri dei corpi sono gli stessi. L’amore naturale che si porta ai figli bambini non è un merito. Non richiede capacità che non siano istintive. Anche un idiota o un cinico ne è capace. […]
È anni dopo, è quando tuo figlio (l’angelo inetto che ti faceva sentire dio perché lo nutrivi e lo proteggevi: e ti piaceva crederti potente e buono) si trasforma in uno come te, è allora che amarlo richiede le virtù che contano. La pazienza, la forza d’animo, l’autorevolezza, la severità, la generosità, l’esemplarità…troppe, troppe virtù per chi nel frattempo cerca di continuare a vivere”.

TITOLO: Gli sdraiati
AUTORE: Michele Serra
CASA EDITRICE: Feltrinelli
ANNO: 2013
PAGINE: 108
PREZZO: 12 €

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