ADDIO FANTASMI – NADIA TERRANOVA

Ida è appena sbarcata a Messina, la sua città natale: la madre l’ha richiamata in vista della ristrutturazione dell’appartamento di famiglia, che vuole mettere in vendita. Circondata di nuovo dagli oggetti di sempre, di fronte ai quali deve scegliere cosa tenere e cosa buttare, è costretta a fare i conti con il trauma che l’ha segnata quando era solo una ragazzina. Ventitre anni prima suo padre è scomparso. Non è morto: semplicemente una mattina è andato via e non è piú tornato. Sulla mancanza di quel padre si sono imperniati i silenzi feroci con la madre, il senso di un’identità fondata sull’anomalia, persino il rapporto con il marito, salvezza e naufragio insieme. Specchiandosi nell’assenza del corpo paterno, Ida è diventata donna nel dominio della paura e nel sospetto verso ogni forma di desiderio. Ma ora che la casa d’infanzia la assedia con i suoi fantasmi, lei deve trovare un modo per spezzare il sortilegio e far uscire il padre di scena.

Recensione

La rubrica Einaudi non mi deludi mai, probabilmente esiste già nella mente di migliaia di lettori e, se non fosse che come nome è troppo lungo e come slogan troppo banale, proverei a mettere una categoria nel blog relativa a questo concetto.
Questo mese, la best casa editrice del mio cuore, oltre ad avermi resa povera come di consueto, mi ha permesso, attraverso la lettura di Addio fantasmi, di entrare per la prima volta in contatto con un’autrice davvero brava: Nadia Terranova.
Tanto per la cronaca, visto l’entusiasmo, mi sono già procurata Gli anni al contrario (premio Bagutta Opera Prima, premio Brancati e vincitore del The Bridge Book Award), altro romanzo della scrittrice e collaboratrice di Repubblica, edito Einaudi.

Ebbene, ho appena digitato “musica sottofondo” su Spotify e cercando la giusta concentrazione, attraverso una playlist che è un misto di Cat Stevens senza cantato e melodie per il Shavasana, provo a parlarvi brevemente di questo romanzo, cercando di trasmettervi quanto mi ha emozionata.

La storia di Ida ha un pregio che è anche un immane difetto, ossia crea malinconia. Questo è un aspetto che personalmente ho sempre adorato, nei libri così come nei film, ma che sicuramente crea un mood intorno al racconto che non lo rende fruibile in ogni momento della giornata. E infatti, nonostante una lunghezza assolutamente nella norma, ci ho messo un po’ a leggerlo. Penso che questo sia dovuto anche al fatto di aver iniziato questa lettura in una settimana di riflessioni e deliri mentali, cosa che spesso mi porta a sovrapporre la mia vita con quella del protagonista del romanzo che ho davanti; è una cosa utilissima, in realtà, un meccanismo capace di offrirmi sempre un quantitativo di spunti di riflessione per rimediare al mio personalissimo casino interiore che è mirabile. Però spesso questo processo va in contrapposizione con il naturale evolversi della storia, così che mi ritrovo a non capire più cosa è successo nel romanzo e cosa nella mia testa.

Al di là dei miei deficit di lettrice, tutta questa sbrodolata non l’ho fatta a caso. L’ho inserita perché credo davvero che di libri che riescono a far fare ingenti pensieri e fastidiose riflessioni su se stessi non ce ne siano, poi, moltissimi.
Addio fantasmi ci riesce. Forse perché l’incontro/scontro con un passato che non ha prodotto altro che sofferenze è un tema che ci riguarda, più o meno, tutti. Forse perché ognuno di noi è il prodotto del suo dolore, o per lo meno, anche di quello.
Ma Ida sembra essere il risultato di un dolore puro e basta. Solo di quello.

Sara era uguale a me, però intatta, la sua casa era lieve e ordinaria, i suoi pensieri liberi di coincidere con la sua anagrafe; quando eravamo insieme potevo avere anch’io quattordici anni come lei, perciò le stavo aggrappata come una naufraga, io che odiavo tutte le età da quando mio padre aveva smesso di averne una e sapevo che ogni suo compleanno si sarebbe celebrato contro di me.

E invece, man mano che la lettura procede, ti rendi conto che non c’è solo quello.
Non solo quell’immenso punto di non ritorno da cui lei ha cominciato a contare i suoi anni.
Non soltanto quella perdita senza spiegazioni e quindi senza fine, a riempire le sue giornate.
C’è anche altro. Delle persone. Delle relazioni, dei rapporti. Famiglia, amicizia, amore.
Ma Ida il resto non lo vede, così presa come è a tenere insieme i cocci del suo passato. Ida non vede e non si accorge di non farlo, tutta concentrata a pensarsi come eterna vittima.

Mi chiedo perché mi abbiano voluto con loro, mi detesto per esserci cascata e faccio finta di niente. Faccio sempre finta di niente, sempre. È un’arte in cui sono professionista, da tre anni mio padre è scomparso a dissimulare il dolore sono la più brava.

E nemmeno si rende conto di come riesce ad essere tagliente e per certi versi subdola, con tutta la sete che ha di tirare fuori la sofferenza e, forse, anche il senso di colpa che ha dentro.

Avrebbe voluto che le dimostrassi che era una buona madre, la migliore. Avrei dovuto rassicurarla: no, non avevo ereditato da lui la tristezza e il disinteresse per la vita, sì, ero loquace e sana, normale come lei. Mia madre avrebbe voluto ricevere da me il seguente messaggio: stai tranquilla, la sparizione del padre non è colpa di nessuno, non è colpa tua. Ma, a differenza sua, io non pensavo che nessuno avesse colpe: pensavo che le avessimo tutti.

Ida soffre così tanto che si sente, sempre, costantemente, al centro. Non è egoista, semplicemente non vede il dolore degli altri, tanto quello che la riguarda le pulsa dentro giorno dopo giorno. E così perde gli amici e “gli altri”, coloro che, provano a circondarla, ma poi mollano il colpo.

I tuoi problemi non giustificano tutto, non esisti solo tu al mondo, – continuò, fermando l’auto a un semaforo rosso.

E guarda caso, l’unica persona a cui Ida lascia spazio è suo marito Pietro, a cui sembra essere legata per la compassione che le offre e per il bisogno di riparo che la caratterizza, colui che ha “accettato l’anomalia”, senza pretendere niente in cambio.

E mentre pensavo a Ida, mi rendevo conto pagina dopo pagina, frase dopo frase, di quanto potere ha il male passato di influire sul nostro futuro. Di quanto spesso crediamo che il nostro soffrire ci giustifichi tutto. Sentirsi vittime e magari anche esserlo, ma non fare niente per cambiare la situazione equivale a diventare a nostra volta carnefici di chi prova a prenderci, amarci, starci accanto, nonostante il vuoto che ci portiamo dietro.

Ma, man mano che andavo avanti a leggere, ho capito meglio, quello che l’autrice stava tentando, e finalmente quell’Addio ai fantasmi, su cui non avevo focalizzato molto l’attenzione, ha iniziato a diventare centrale.
Ida riflette, Ida capisce, questo nostos tutto sommato crea un’evoluzione definitiva nel suo modo di guardare alla storia della sua vita.
Emerge, finalmente, anche l’altro, quel resto a cui non aveva dato peso.

In un modo limpido e segreto, durante gli anni in cui avevamo vissuto da sole eravamo state anche felici. La nostra era la felicità dei pezzi di vetro smerigliati che i bambini trovano sulla spiaggia, una felicità rada, luminosa e inoffensiva.

E così, poco prima di lasciare, simbolicamente, andare tutta quella sofferenza, prima di far scendere per sempre il sipario su questa parte della propria vita, Ida realizza, cosa è realmente accaduto.

Ecco in cosa ero stata brava fino a quel momento: a non cadere. A tredici anni, dopo la scomparsa di mio padre io, per vivere, mi sarei dovuta inventare. Come altri si costruiscono il corpo muscolo dopo muscolo grazie all’allenamento e all’atletica, oppure si scolpsicono la mente e l’intelligenza con la psicoanalisi, la cultura o la meditazione, come in palestra intagliano un tricipite o disseppelliscono un tendine che neppure sapevano di avere, come trovano il lavoro, lo stipendio necessario, la poltrona al sicuro, il titolo di studio, la posa per la foto del passaporto, la postura adatta al carattere, il vestito che pare cucito addosso, insomma allo stesso modo in cui tutti inventano chi sono e inventandolo si impongono, allo stesso modo toccava a me. Io però non sapevo chi ero. 

È bello pensare, e di fatto, è quello che ci lascia fare l’autrice, che da questo momento in poi Ida sarà in grado di capire, davvero chi è. Un ritorno che è una rinascita e un messaggio che sembra gridare al mondo che si può sempre ricominciare. Ma soprattutto un inno all’introspezione e all’importanza di capirsi. Non è un caso che il lavoro di Ida sia quello di scrivere storie per la radio.

Non vorrei dilungarmi troppo e forse ho già detto troppe cose scontate, ma se non si fosse capito, questo libro mi ha preso il cuore, e sentivo il bisogno di dedicargli questo sproloquio. Spero lo leggiate. O meglio, spero che chi di voi potrebbe trarne giovamento, incontri questo libro sulla sua strada.
È decisamente terapeutico, oltre che perfettamente scritto.

E adesso basta perché dopo un’ora di arrovellamenti su questa recensione Spotify ha tirato fuori Ludovico Einaudi e non posso farcela. Have a nice bridge!

La citazione che ho amato

“Le case dei miei compagni di classe erano così leggere che quando ci entravo mi sembrava si staccassero da terra; i proprietari avevano la libertà di lasciarle in qualsiasi momento, mentre io e mia madre, dentro la nostra camminavamo a fatica, incatenate agli oggetti che non buttavamo. Tenevamo ogni cosa, non per celebrare il passato ma per propiziarci il futuro: quello che era servito una volta avrebbe potuto essere utile di nuovo, bisognava avere fede negli oggetti e non commettere mai la distrazione di buttarli via. Noi non conservavamo per ricordare, ma per sperare”.

TITOLO: Addio fantasmi
AUTORE: Nadia Terranova
CASA EDITRICE: Einaudi
ANNO: 2018
PAGINE: 196
PREZZO: 17 €

 

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