LA FATICA DEI SOGNI

Ieri mattina, sull’inserto del Corriere della Sera, Economia-TrovoLavoro, mi sono imbattuta in un articolo che racconta la storia di Biagio Antonacci, artista italiano di larga fama da me, lo ammetto, conosciuto solo vagamente  per le classiche hit estive che quasi annualmente produce e che passano frequentemente in radio. Nonostante lo conosca poco, però, Biagio mi piace, l’ho sempre pensato, come persona. Sciallo, a modo, misurato, mai sopra le righe. Che non mi sia chiarissimo quello che scrive nelle sue canzoni è un altro paio di maniche e, comincio a pensare, probabilmente un problema mio.
Nell’articolo/intervista di Andrea Laffranchi, Biagio racconta gli esordi della sua carriera, quando con doppia partita iva, per metà da geometra e per metà da cantante, stava dieci ore in cantiere per seguire i lavori e alle 17.30 staccava per andare a cantare, di quel primo Sanremo, portato a termine senza successo, del rifiuto da parte di Alberto Salerno, del continuo alternarsi tra cantiere e vita militare, nel tentativo di trovare qualcosa di più affine al proprio carattere, un “meno peggio”, nella consapevolezza che, comunque, si deve mangiare. E infine della riuscita e della realizzazione, dimostrazione di come l’aver tenuto sempre presente e fissa nella sua vita, seppure relegandola ai margini, la propria autentica passione abbia, alla fine, pagato.
Ora, affascinata da questa storia, tanto da pensare di scriverne, digito Biagio Antonacci su Google e scopro che il cantante è stato legato sentimentalmente per molti anni a Marianna Morandi, la figlia del ben noto Gianni, dalla quale ha avuto due figli. E sti cazzi. Voglio dire, pensando a tutta la vicenda che mi aveva toccata da vicino e scossa mi è, quasi inconsciamente, venuto da pensare subito ad un bel “Ti piace vincere facile”. Tipica, tipica e dannata mentalità italiana, che ti spinge a pensare male. Alla fine però, per il mio discorso questo è un dato irrilevante. Io non conosco questo signore, non so i suoi gusti e a malapena ricordo un paio di sue canzoni, quindi con chi al tempo abbia deciso di procreare non solo non mi riguarda, ma nemmeno mi interessa. Quello che mi ha colpito in questo articolo e che mi ha spinta a farne una riflessione è altro, un elemento che va oltre e che viene da dentro, un insieme di pensieri che questa breve intervista ha fatto uscire.
Anche io, come Biagio, ho un sogno preciso, seppure a volte difficilmente palpabile e senza dubbio non molto ben socialmente inquadrabile; questo sogno si chiama scrittura e più che un desiderio di realizzazione è un’esigenza fortissima. Una necessità che mi porto dietro da sempre e che solo negli ultimi anni ha iniziato a farsi sentire in maniera continua e martellante, fino a diventare una compagna, onnipresente nelle mie giornate, con cui condividere l’esistenza.
Il punto è che, ad un certo momento, anche io come Biagio mi sono accorta che, al di là del tran tran quotidiano, nonostante la sudata laurea magistrale che mi ha presso di scegliere, se così sia può dire, con sufficiente libertà, cosa fare e come, nonostante i miei lavori incasellati al millimetro tra contratti part time e collaborazioni e, nonostante, il bisogno di poter mettere ogni sera un piatto in tavola, io sono io, soprattutto perché amo scrivere.
E scrivere, secondo la mia personalissima esperienza, non è solo sedersi davanti ad un pc e battere le dita. Scrivere è un processo continuo, infinito, che inizia nella mente al mattino e va avanti tutto il giorno e spesso anche di notte, quando non si riesce a spegnere il cervello. Scrivere è nelle cose che canto quando guido il motorino per le strade della mia città, è lo sguardo delle altre persone, la luce negli occhi di chi ha una vita da raccontare, il dolore taciuto di chi si tiene tutto dentro. Io non penso, ovviamente, di saper scrivere, ma mi piacerebbe davvero moltissimo poter imparare, perché se immagino la possibilità di riuscire, un giorno, a canalizzare almeno un dieci per cento di quello che penso e provo in una forma che sia fruibile e che magari possa toccare, più o meno positivamente, anche qualcun altro oltre a me, io mi vedo felice. Ed è per questo che Biagio è un grande. Non mi importa molto, alla fine, sapere come ci sia riuscito. C’è riuscito. Ha tenuto botta. Ha cantato la sera nei pub sui navigli. Non ha mollato.
A volte guardo quelle persone che, magari per mille motivi, non lavorano, gente che non ha bisogno di usare la maggior parte del proprio tempo per fare qualcosa che gli consenta di mantenersi, e li invidio. Invidio il loro tempo, tempo che io non ho mai avuto e non so se mai avrò, penso ossessivamente cosa potrei fare io, se ne avessi anche solo la metà a disposizione. Loro sono fortunati. Poi rifletto ancora e mi ricordo che fortunata lo sono anche io. Io che ho un desiderio dentro. Io che riconosco cosa mi fa volare il cuore, io che sento dentro il fuoco di qualcosa. Non lo so se mi brucerò o se riuscirò ad alzarmi in volo. Ma in fondo, ha così importanza? Una volta che si capisce cosa ci rende noi stessi e si trova il modo, pur tra mille difficoltà, di provare ad esserlo, per certi aspetti, mi sento di dire, è già abbastanza.
E allora grazie Biagio e grazie Andrea Laffranchi, per aver messo nero su bianco il concetto che troppo spesso dimentico, del “lottare per i propri sogni”, dove per lottare non si intende solo una lotta figurata all’interno della nostra mente per sentirci liberi di accettarci per quelli che siamo e che desideriamo essere (cosa che comunque mi è personalmente costata anni ed anni di rimuginamenti e viaggi mentali), ma, ancora più importante, una vera e propria battaglia quotidiana con tutto quello che ci allontana da noi, dal nostro sogno, una fatica improba per tenere insieme tutto, fatta di sbadigli, emicranie e di ispirazioni che, alle 23, dopo dieci ore di lavoro, non arrivano.
Sognare è anche questo, e a me, ha fatto benissimo ricordarlo.

 

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