QUELLO CHE HO AMATO – SIRI HUSTVEDT

Leo Hertzberg è uno storico dell’arte, che dopo aver acquistato uno strano autoritratto, rintraccia l’autore del quadro, William Wechsler, per tutti Bill, artista particolare, con il quale nascerà un sodalizio amicale che durerà per tutte le loro vite, coinvolgendo le loro mogli, le amanti e i loro figli. 

La trama è questa. Inutile aggiungere altro. Quello che qui possiamo pensare di raccontare, è il modo in cui, senza artifici e con una naturalezza sconvolgente, la Hustvedt costruisce la sua narrazione. 

È possibile, come effettivamente viene fatto all’interno del libro, dividere il romanzo in tre parti, tra parti che sono, io credo, così divisibili non soltanto all’interno, a livello di struttura narrativa, ma anche all’esterno, nella nostra mente di lettori. Se infatti la prima parte è caratterizzata da un’attività di descrizione, che consente di entrare in contatto con tutti i personaggi, inquadrarli, capirli e conoscerli meglio, sia a livello psicologico che relazionale, con l’inizio della seconda parte, dopo aver “sopportato” una fase molto lunga e a tratti meno esilarante, seppur ricca di dettagli e ben costruita, si entra nel vivo della storia. Avviene un fatto, clamoroso, disarmante, dal quale tutta la narrazione prende vigore, che aiuta a comprendere, finalmente, il senso di quelle minuziose descrizioni in merito ai collegamenti tra un personaggio e l’altro. 
La seconda parte si protrae a lungo, è davvero il centro di questa storia, il momento in cui si verificano tutti gli eventi importanti, a seguito di un colossale avvenimento originario, tutto quello che avverrà dopo, resterà concatenato a quel preciso momento. 
E poi vi è una terza parte, dove i nodi vengono parzialmente al pettine, dove, ormai stremati per la complessità della storia e per le dure situazioni che sono state esposte, si trova finalmente un riparo, un momento di quiete, dove potersi concentrare su ciò che per tutta la narrazione ci sembra di continuare a domandarci, ma a cui non riusciamo a dare una risposta, per mancanza di tempo e di lucidità. Che cosa è davvero successo? E chi sono i responsabili di tutto? 
Con una conclusione poi, che lascia, dopo tanti episodi dolorosi, una sensazione di pace e di quiete, come se fosse possibile immaginare un finale, seppur non lieto, comunque delicato.

È un romanzo corale, certamente, perché lo spazio dedicato ai personaggi, quelli che fisicamente invadono la scena, e quelli che la calcano comunque, anche a livello immaginario perché non presenti, è tanto, per ognuno di loro. Allo stesso tempo però, è Leo, narratore attivo e passivo, l’indiscusso protagonista della vicenda, il punto di vista privilegiato che riesce a mostrarci, con tutta l’umanità che lo caratterizza, il susseguirsi degli eventi e la concretizzazione di emozioni complesse, molto difficili da provare e da fare proprie, nella distanza che da lettori ci viene riservata. 
Pensando con Leo, avendo accesso alle sue riflessioni, procedendo nella narrazione grazie al suo tramite, tante volte ho pensato che ci fossero grandi incongruenze, prese in giro e pesanti sottomissioni emotive che mi pareva impossibile lui non notasse; avrei voluto potergli parlare, dirgli “Svegliati, muoviti, fai qualcosa!”. Mi sarebbe piaciuto poter parlare con lui, e ho percepito una vicinanza che non mi capita spesso di ottenere con i personaggi, durante i tempi di una normale lettura.

Non ho termini di paragone, essendo questa la prima volta che leggo un libro di Siri Hustvedt, non so bene se sia sempre così, ma mi sembra di poter dire che, almeno all’interno di questo libro, ci sono personaggi che dialogano con il lettore, lo chiamano in causa. Caratteri capaci, non soltanto di distrarci sciorinandoci una storia, complessivamente molto ben scritta e per la maggior parte del tempo avvincente, ma in grado di trasmetterci un comparto di emozioni profonde e strettamente personali che difficilmente possono essere trasposte in maniera così neutra eppure così significativa.

Quella che per molti aspetti è un’intrigante narrazione della storia amicale che lega due famiglie per decenni, è in realtà anche la scusa, per mettere in luce aspetti psicologici e relazionali di enorme portata; così pagina dopo pagina, temi come i legami familiari, i rapporti con i genitori, il senso e il superamento della perdita, il ruolo dell’amicizia e il valore della fiducia, vengono man mano analizzati, in maniera velata ma costante, consentendo alla fine di questa esperienza di lettura, di interiorizzare una serie di spunti di riflessione e contenuti significativi, che esulano dalla narrazione ma hanno una pregnanza non indifferente.

Secondo me è un signor romanzo, capace di attrarre e interessare, e allo stesso tempo, per la sua vena filosofica e fortemente concentrata sugli aspetti umani, consente davvero, per chi lo vuole, di fare un passo in più, addentrandosi in aspetti complessi, che possono avere una certa importanza sulla mente del lettore.

TITOLO: Tutto quello che ho amato
AUTORE: Siri Hustvedt
CASA EDITRICE: Einaudi
ANNO: 2003
PAGINE: 361
PREZZO: 13 €

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