LIBRI MEMOIR

LA DONNA GELATA – ANNIE ERNAUX

LA DONNA GELATA

Da qualche tempo ho realizzato che, in questo momento della mia vita, ci sono temi e riflessioni impossibili da lasciar andare. Non si esauriscono nello schema curiosità-approfondimento-conclusione, con il quale negli anni ho affrontato quasi tutte le mie fasi di interesse temporaneo verso l’esterno e l’altro da me. E non sono nemmeno il risultato di qualche mia nevrosi ossessiva capace di riportare, contro le mie forze, la mente sempre sulle stesse questioni. 
Questi, dell’ultimo periodo, sono argomenti importanti ed evidentemente così legati alla fase di vita che sto attraversando che non basta una lettura, un paio di film e una discussione con un calice di vino perché io desista dal tornarci sopra. Di continuo, nella scelta delle letture, nelle ricerche portate avanti sulla vita di scrittrici e pensatrici, nelle piccole ma costanti domande che continuo a pormi, torno ancora una volta e sempre su quello: che cosa vuole dire essere una donna?

La domanda che mi attanaglia contiene già dei bias di fondo e non dovrei pormela in questa maniera, è viziata da decenni di immersione totale all’interno di una cultura (già di per sé basata su aspettative da non deludere e performance da non fallire, con i risultati poco incoraggianti che tutti conosciamo) patriarcale che relega alcune responsabilità e aspetti della vita umana unicamente alla donna, vista come dispensario di sapere e consapevolezza in fatto di alcune mansioni, perché “si è sempre fatto così”. 

Il dibattito che ruota intorno a queste riflessioni è talmente ampio e complesso che non sono in grado di riportarlo qui, tenderei a sminuire o addirittura a dimenticare pezzi, con il rischio di dare una visione distorta o parziale di quello che è un tema pressoché inesauribile. Quello che mi piacerebbe fare però è cominciare a parlare di alcune letture fatte, tutte in qualche modo rivelatrici di messaggi importanti all’interno di questo filone di analisi e ricerca umana. Leggere Adichie, Allison, Cusk, Ernaux, Heti e tante altre è stato un modo quasi automatico, una volta intrapreso, per ritrovarsi più e più volte, durante il giorno, a sbattere la testa contro quelli che, prima di leggere certe cose, usavo chiamare blocchi e che, dopo aver raggiunto una maggiore consapevolezza, ho iniziato a chiamare con il loro nome: ingiustizie.

Forse la strada per iniziare a relazionarmi con questa parte ribelle e nuova di me stessa, l’ho trovata proprio la scorsa primavera, nelle parole di Annie Ernaux; La (sua) donna gelata, resoconto potente e concreto, come tutti i suoi scritti, dell’educazione sociale e sessuale ricevuta dall’autrice partendo da quando era bambina per arrivare all’età adulta, è così ricco di significati e concetti da poterci passare davvero intere settimane sopra, scavando nella sua struttura e tirando fuori spunti sempre nuovi. 

Quasi mi dispiace relegarlo qui a manifesto di un unico punto di vista, quello della fine di una donna quando diventa moglie e poi madre, perché di cose da dire, anche oltre, ne avrei. D’altra parte preme troppo andare a conoscere la spinta propulsiva che mi sta facendo leggere proprio queste cose – solo queste cose – quasi di continuo, come se ci fossero grandi arretrati, come se finalmente, aperti gli occhi tenuti chiusi per quasi trent’anni, mi fosse venuta un’irrefrenabile voglia di vedere cosa c’è dall’altra parte. Perché dall’altra parte, effettivamente, qualcosa c’è. E la sensazione di vuoto e di dispiacere nel sentirsi vittima di una disparità è qualcosa di difficile da sopportare nel silenzio della propria mente, ma che può diventare forza e coraggio per abbattere la barriera dello scontato, se si trovano altre voci disposte a parlare.

Penso di aver già detto abbastanza. Ora è il momento di far parlare Annie.   

Il libro, titolo originale La femme gelée, è stato pubblicato nel 1981 da Gallimard. È arrivato in Italia all’inizio del 2021, edito L’orma con la traduzione di Lorenzo Flabbi. L’ho letto praticamente subito perché quello che questa donna scrive io, nel dubbio, lo leggo sempre. È ormai un assioma dal quale non posso prescindere. Ancora una volta, le sue parole mi hanno travolta.
Il testo riporta la modalità narrativa di sempre, il resoconto del vissuto dell’autrice dettagliato con una lingua fredda, a volte ermetica, ma completamente in grado di svelare le sensazioni e i turbamenti nascosti dietro l’universo pluridimensionale dei fatti. 

Quante sfaccettature emotive accompagnano l’Annie bambina, fortemente legata all’immagine della madre come donna moderna, risoluta, esempio a cui guardare, poi adolescente e giovane donna avventurosa, pronta a nutrirsi di tutto quello che la vita può dare, senza badare troppo alla forma, succhiando la sostanza di ogni giorno e infine l’Annie sposa, poi madre, la donna che si aggira in cucina, con la farina e le fragole, e non si riconosce più.

Lo spazio mentale occupato dalla madre ha un ruolo importante nella sua crescita. Lei non è solo la mamma, miraggio adorato da tutti gli infanti, ma rappresenta anche il massimo gradino di autorevolezza e potere a cui poter anelare. La mamma di Annie è diversa dalle altre; porta i pantaloni e a casa quasi comanda.

Come avrei potuto, vivendo accanto a lei, non essere persuasa dalla magnificenza della condizione femminile, o persino della superiorità delle donne sugli uomini? Mia madre è la forza e la tempesta, ma anche la bellezza, la curiosità per il mondo, l’apripista sulla strada verso il futuro, che mi dice di non aver mai paura di niente e di nessuno.

E se immagino cosa possa significare essere bambine negli anni quaranta in un paese provinciale della Francia, mi sembra di poter dire che questa madre, Una donna, come la definirà poi Annie in un altro dei suoi successi letterari, incarni molto di più di una semplice rappresentazione materna. 

Che fine farò? Una bella fine, diventerò, qualcuno per forza. È mia madre a dirlo.

È la madre, depositaria di una verità emancipatoria, diversa, altra, a farsi portavoce di un quello che per Annie è un punto di arrivo. La Ernaux mira a quello e sulla base delle parole di sua madre, costruisce la sua solidità come persona e come donna, con un’incrollabile per quanto cinica fiducia nel futuro, nella possibilità di raggiungere qualsiasi obiettivo con sacrificio e volontà di rinuncia. Lei stessa lo ammetterà, più avanti, definendosi:

Bambina cresciuta in un ambiente permissivo con un glorioso concetto di me stessa

Superata l’infanzia, l’adolescenza di Annie è un passaggio non privo di complessità e snodi emotivi di forte rilevanza. Sono forse meglio visibili in altri libri, all’interno di resoconti dettagliati che ruotano quasi completamente intorno a quella fase della sua vita, restituendoci una visione limpida e comprensibile dell’enormità di alcune cose accadute.
Ne La donna gelata, la scrittrice si sofferma su altro. Sono tante qui, le riflessioni relative alla crescita in quanto donna, alla necessità di trovare uno spazio per riconoscersi. Il desiderio di appartenere, all’insieme delle ragazze, capaci di ammaliare, di farsi vedere per quello che hanno da offrire all’altro, è più che mai sentito in questa fase:

Spendo parte delle mie energie nel tentativo di costruirmi un’immagine seducente. Con quanta prevedibilità, quanto impegno mi applico per ricreare tutti i segni esteriori della vera femminilità, quella che ammaglia. Quanta perseveranza per entrare a far parte anch’io, a quattordici anni, del mondo delle ragazze.

Un’aspirazione destinata lentamente ad affievolirsi, mano a mano che Annie si rende conto del valore della libertà, della forza insita nel suo desiderio di essere sé stessa e non conformarsi ad una modalità comportamentale che non le si addice e non la soddisfa:

Ho bisogno dei ragazzi, ma per potergli piacere dovrei diventare davvero dolce e adorabile, dargli sempre ragione, usare le armi “femminili”. Uccidere quel che ancora sopravvive, l’amore per la conquista, la voglia di essere davvero me stessa.

E ancora:

Per anni non vedrò nessuno difendere la libertà sessuale delle ragazze, tanto meno le ragazze stesse.

È così inebriante il senso di libertà, il ventaglio di possibilità che si dispiegano intorno ai desideri di una giovane vita, che Annie non lo pensa nemmeno, che un domani tutto questo potrebbe cambiare. Un giorno, si troverà a dover fare i conti con quell’angoscia della solitudine, che al momento le pare impossibile possa riguardarla.
Cosa cambia allora nel mondo di Annie? Quali sono le scelte che la costringono a cambiare il suo modo di vivere, abbandonando per sempre “quel tempo egoista” in cui si è responsabili soltanto di se stessi? 

Avevo anch’io la non ben definita sensazione che la mia vita mancasse di sostanza. […] Ma anche la sensazione che tutte quelle scelte a disposizione somigliassero al vuoto. 

Ed ad un certo punto, l’inizio di un pensiero si fa largo nella sua mente:

Smettere di galleggiare, avere presa sul mondo: mi capitava di pensare che con un uomo al mio fianco tutte le mie azioni, anche le più insignificanti, caricare la sveglia, preparare la colazione, avrebbero acquisito sostanza e sapore.  

Per questo desiderio, di poter finalmente lasciare un’orma profonda sul sentiero che percorre, Annie comincia a immaginare l’unione con un uomo come una possibilità di riscatto e di nuova libertà:

Mi convinco che sposandomi mi libererò di quell’inutile parte di me che continua a girare in tondo, a perdersi tra mille domande, una me inutile. Che raggiungerò l’equilibrio. L’uomo, la spalla solida, antimetafisico, dissipatore di ossessioni.

Il matrimonio si farà. Troppi gli interrogativi che la affliggono ma anche grande la speranza di poter vedere, finalmente, realizzati i suoi obiettivi e raggiungere una stabilità tanto sociale quanto emotiva che, al momento, le appare indispensabile supporto a quel suo pensare così astratto, colpevole di allontanarla troppo spesso dalla realtà. Con questo pensiero di fondo la Ernaux si butta in un’avventura che si rivela quasi subito in tutti i suoi aspetti, non sempre idilliaci. 

La nostra corsa si conclude in una villetta di periferia, nel verde. Una punta di amarezza, avrei preferito un quartiere del centro, d’un tratto diventa tutto troppo lontano, il mondo di prima, l’università, la biblioteca, i bar. Al loro posto fiori e silenzio.

Certo ci sono gli entusiasmi, per le prime volte in quelle tante cose che Annie non conosce poi bene, attività diverse che portano allegria e tenerezza, un desiderio quasi imitativo di liberarsi della propria goffaggine e giocare a fare questo e quell’altro, come una vera massaia. Ma dura molto poco. Ciò che appena dopo emerge dalle parole della Ernaux è quello sconforto indistruttibile che, giorno dopo giorno, si annida nella casa dove i sogni dei coniugi vengono portati avanti con delle differenze all’apparenza minime ma in realtà abissali, tra lui e lei. 

Siamo nella stessa stanza, a due metri l’uno dall’altra, sto lavorando su La Bruyère o su Verlaine. La pentola a pressione, regalo di nozze, utilissimo vedrete , borbotta sul fuoco. Uniti, simili. Il trillo acuto del timer da cucina, altro regalo. La somiglianza finisce qui. Uno dei due si alza, spegne la fiamma sotto la pentola, attende che la valvola impazzita si calmi, solleva il coperchio, filtra il brodo e torna ai propri libri cercando di riprendere il filo della lettura. Io. Eccola cominciata, la differenza. 

È così, si domanda Ernaux, che lentamente si scivola in uno stato di apatia, dove la vecchia vita diventa così remota da dimenticarla e tutto quello che conta è pelare carote e scegliere cosa mettere in tavola? E in nome di quale superiorità, l’altro, il maschio privo di arrovellamenti interiori può permettersi di delegare il tutto a lei?
In questa graduale entrata in scena della famiglia, quella tradizionale dei suoceri di Annie, per la soddisfazione della donna rimane poco spazio. Una malinconia lieve ma costante comincia ad impadronirsi della scrittrice, sempre più immersa dentro un sistema in equilibrio perfetto, all’interno del quale, sono le donne stesse a vantarsi con orgoglio del proprio ruolo di protettrici del benessere altrui a discapito della propria esistenza, destinata ad esaurirsi dietro le quinte di un palco su cui non è prevista la loro entrata.

Il testo si conclude con l’unico culmine possibile per un climax così prevedibile perché noi tutti l’abbiamo già sentito e visto decine di volte (quasi mai da un punto di vista così consapevole e critico). La bambola in carne ed ossa viene al mondo. Si ripete il teatrino. L’attesa, i preparativi, il brivido per l’arrivo di una novità. Ma dentro Ernaux, che non dimentica le giornate a tagliare verdura, ha già chiaro cosa accadrà.

Sotto quest’esplosione di corredini pastello mi sento trascinata con delicatezza in un nuovo ingranaggio.

Ed è presto fatto. L’arrivo del Picio, come lo chiama lei, con le sue urla e i pianti, quelle richieste di attenzioni impensabili da ignorare e il cambio di appartamento, con una serie di nuovi e preziosi acquisti, portano Annie ancora più a fondo nella spirale dell’annientamento di sé e del proprio tempo. Ogni elemento che si aggiunge ciuccia via energie e minuti preziosi, una volta felicemente dedicati a letture nei caffè, buttati al vento per pomeriggi di studio e avventurose passeggiate, sono ora momenti scanditi dalla noia e dalla passività. Per non parlare della banalità dei suoi compiti e della loro insopportabile ripetizione.

Sono invidiosa, sì, e perché non dovrei?, anche a me piace quell’inquietudine nell’affrontare un compito difficile, quell’appagamento nel venirne a capo. Quali sfide mi offre questo appartamento accogliente? Quali trionfi?

Che potenza e che coraggio, nel 1981, a mettere su carta tali riflessioni. Non è più il tempo di tacere, anche quando per Annie è già troppo tardi. Si respira in queste righe, quasi una paura, una sorta di terrore dell’impazzire, dell’andare via di testa. Tra pappine e spolverini, dove è finita quella ragazza, piena di idee e interessi? 

Mentre leggevo queste pagine ho riflettuto tanto. Ho realizzato come tante situazioni, pur in contesti e momenti diversi, io le riscontri ancora, nella mia esperienza e in quella di tante persone che mi sono accanto. Come si smonta il paradigma più antico del mondo? Come si supera un comparto di idee cristallizzate che nessuno si prende la briga di abolire e che anche coloro che di queste ideologie sono le principali vittime, spesso non riuscendo a contrastarle scelgono di appoggiarvisi sopra? Non ne ho idea, leggendo questi libri però, credo che oltre al godimento per un’opera di letteraria bellezza, sia davvero possibile creare un ponte con il passato e con la propria dignità, portando nel nostro quotidiano una consapevolezza nuova, in grado di farci sentire meno sole e allo stesso tempo legittimate ad agire.

  • TITOLO: La donna gelata
  • AUTORE: Annie Ernaux
  • CASA EDITRICE: L’orma
  • ANNO: 2021
  • PAGINE: 188
  • PREZZO: 17 â‚¬

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