LA FIGLIA DEL RE RAGNO – CHIBUNDU ONUZO

Lagos, fino al 1991 capitale della Nigeria, è oggi considerata la città più grande dell’Africa, con una densità di popolazione che supera i sedici milioni di abitanti. Sotto il sole cocente, a poche latitudini dall’equatore, svettanti grattacieli e fatiscenti bidonville si alternano nel brulicare di una metropoli che non è mai ferma. 

Cuore pulsante di questa parte di mondo che chiamiamo Africa, sempre un po’ troppo lontana e sconosciuta per interessarci fino in fondo, la città di Lagos è caratterizzata dalla coesistenza di due realtà agli antipodi: da una parte un’élite di pochi ricchissimi privilegiati, che si spostano su eleganti macchine dai vetri oscurati, guidate da autisti in giacca e cravatta; dall’altra, uno stuolo di gente comune, la quale sopravvive aggrappandosi alla speranza di un miglioramento che, a conti fatti, non arriva mai. 

Ma come è possibile? Come è potuto accadere che un paese, tra i più ricchi del mondo per la presenza di materie prime dal valore inestimabile, si sia ridotto a far si che la maggior parte della popolazione che lo abita patisca i dolori e le difficoltà dell’esistenza, in uno stato di povertà estrema? Per quanto non tutti siano ridotti a livelli così catastrofici (teniamo conto che in sociologia il termine povertà estrema o assoluta indica una condizione di sopravvivenza all’interno della quale l’individuo vive con meno di 1,60 euro al giorno!), la presenza di un alto tasso di persone che vivono in condizioni di povertà relativa non fa che avvalorare la tesi che pone la Nigeria nei primi posti delle classifiche sulla povertà mondiale, nonostante abbia un prodotto interno lordo tra i più alti dell’Africa. Le motivazioni che gli studiosi si sono dati per questa situazione, sono legate prevalentemente a due problematiche: da un lato, la crescita demografica che imperversa senza freni e che ha portato, nel giro di pochi anni, la Nigeria ad essere la terza nazione più popolosa al mondo. L’aumento di popolazione è così rapido e continuo che si potrebbe dire cresca più velocemente la popolazione dell’economia stessa della nazione! Dall’altro lato la mancanza di controllo e sicurezza sociale rappresentano un elemento che incide sulle condizioni economiche; è evidente che la presenza di una situazione politica complessa, la cui stabilità è costantemente minacciata da gruppi terroristici che imperversano senza un controllo, risulti essere un elemento di forte disturbo per uno sviluppo economico crescente ed omogeneo. 

Di questo e di tanto altro Chibundu Onuzo, giovane autrice nigeriana attualmente studentessa a Londra, prova a parlarci nel suo romanzo da poco uscito in Italia per la casa editrice Fandango Libri. 
“La figlia del Re Ragno”, che l’autrice ha iniziato a scrivere all’età di diciassette anni, porta con sé una serie di episodi e momenti, frammenti di conversazioni e pezzi di storie, che si legano indissolubilmente al contesto, una dimensione concreta e realmente esistente nel mondo, che viene qui velatamente richiamata, in una maniera che, per quanto non appesantisca il lettore con nozioni socio-economiche poco adatte al flusso della narrazione, richiama costantemente la difficoltà, il dolore e la disperazione che questo incolmabile divario genera. 
Un mondo quello nigeriano, completamente intriso di disparità, disuguaglianza e ingiustizia, forti elementi che sono in grado con la loro presenza ingombrante di rendere la vita di tante persone un inferno.   

Senza dubbio questo aspetto ha catturato la mia attenzione più di altri. Ho apprezzato molto che, nonostante la volontà della giovane scrittrice sia quella di raccontare una storia d’amore tra i due protagonisti, adolescenti ancora alla ricerca del proprio posto nel mondo, ci sia stato comunque spazio e tempo per dialoghi e momenti capaci di riportare su carta emozioni e situazioni complesse, in grado di portarci con la mente ed il cuore ad una realtà difficile da immaginare, dolorosa da raccontare, impossibile da vivere ma necessaria da conoscere. 

NAPOLI MON AMOUR – ALESSIO FORGIONE

Ho letto “Napoli mon amour”, esordio di Alessio Forgione edito da Enne Enne Editore, due settimane fa.
Mentre riflettevo tra me e me, su quale frase mi avesse colpito di più, su quale segmento di questa narrazione potessi riportare su questo foglio in modo da poter condividere concretamente, con chi leggerà questi pensieri, gli effetti che questo libro, per forza di cose, genera, mi sono resa conto che non sapevo proprio quale usare. 
A volte, quando so che poi scriverò qualcosa di più elaborato riguardo ad un libro che leggo, mi annoto tutto, furiosamente ed una delle cose a cui tengo di più è proprio la necessità di individuare una frase, un passo, uno stralcio di scrittura che possa aiutarmi ad evocare le sensazioni che provo mentre leggo.

Oggi non so. Ho ripreso il libro in mano, dopo due settimane che non lo aprivo e non ho avuto bisogno di trovare nessuna frase ad effetto, nessun passo significativo. L’ho preso in mano, ho sbirciato tra le righe, alcune parole mi sono saltate all’occhio e non c’è stato bisogno di altro.
Tenere in mano questo testo è bastato per farmi tornare in mente tutto il necessario. Mentre riscorrevo velocemente le righe di queste pagine mi sono sentita esattamente come mi sentivo mentre lo leggevo, seduta sui sassi di una spiaggia ligure in un week end di pioggia finissima e vento. 

Quando ho terminato questa lettura ho avuto bisogno di fermarmi un secondo. Ho preso ed ho iniziato a camminare da sola lungo la spiaggia. Avevo una specie di conato piantato in mezzo alla gola, un dolore nel petto ed un’incredibile voglia di urlare e buttarmi per terra. Non ho dormito sabato notte, quando ero più o meno a metà del libro. Stavo troppo male, sentivo dolore, sentivo paura e sentivo vivissima dentro di me l’angoscia di Amoresano, come se fosse mia; percepivo la sua inquietudine e temevo per lui, come se fosse vero, come se fosse lì, sdraiato accanto a me. 

Questa storia non c’entra molto con me. Io non ho vissuto niente di simile. Io ho una casa, ho un lavoro, ho un posto dove stare e una vita che si sta piano piano affacciando all’adultità senza particolari intoppi. O almeno, così mi sembra. Eppure, per tutto il tempo in cui ho letto, ho sentito un’affinità incredibile con il protagonista di questo romanzo. 

Certamente io non l’ho vissuta fino in fondo e non in questo modo, ma quella paura che attanaglia Amoresano, quella sensazione che tutto sia perduto, quel continuo e martellante sentore di assenza di tempo, di mancanza di risorse, di pentimento per le scelte sbagliate, di rimpianto per le occasioni perse, accompagnato da un paradossale e dirompente tentativo di autodistruzione, queste cose qui insomma, io le conosco. Ripeto, non le ho vissute così, ma le ho vissute. Le ho percepite almeno, forse in una parte piccola della mia testa, così minima e nascosta che probabilmente non ho mai, nemmeno provato a fare uscire da essa qualche pensiero in merito, ad esternare a qualcuno questo genere di sensazioni. Però ricordo di averlo portato dentro per tanto tempo questo grumo di sentimenti e di averlo fatto fuoriuscire di tanto in tanto. Questa zona grigia, fatta di smarrimento ed inadeguatezza, un costante filo di tensione, un velo di dispiacere capace di emergere in superficie e di oscurare un pezzetto delle giornate, perfino delle più belle, io per un po’ l’ho tenuta con me. A volte penso che ci sia ancora, a volte ho la sensazione di averla ricacciato in quell’angolo lontano e nascosto della mia mente, non mi è mai parso però che sia andata via.

E adesso dirò una cosa che forse potrà sembrare assurda, ma che sento la necessità di dire, dopo aver riflettuto a lungo mentre leggevo Napoli mon amour. A questo accrocchio di paura ed inadeguatezza che negli anni ho imparato a dominare, io in fondo voglio bene. Non solo perché è una parte di me proprio come tutte le altre, ma anche perché sono convinta che portarsi dietro un carico di emozioni forti, nonostante spesso ti rallenti e ti renda vulnerabile, a volte può essere di grande aiuto. Io penso che questo continuo domandare, questo infinito non accontentarsi, questo sostanziale dubbio congenito che spinge Amoresano a fare quello che fa, anche a rischio di passare per inetto, nullafacente e irresponsabile, sia in realtà un grande segno di coraggio.

Questo libro decide di parlarci, senza filtri, di chi quel coraggio ce l’ha, fino in fondo.
Napoli mon amour è un grande libro, non solo perché mette a nudo i drammi e le difficoltà di un’intera generazione cresciuta a pane e sogni in un mondo complesso che difficilmente consente di realizzarli concretamente, ma anche perché è in grado di andare fino in fondo.
Questo libro osa, super il non detto, e spiattella la realtà per quella che è. Questo libro racconta, mostra, scandalizza, fa pensare ma soprattutto denuncia. Questo libro è un segno, magari piccolo, ma molto potente.
A me è arrivato.
Mi ha tenuta sveglia una notte, mi ha dilaniata, mi ha estraniata per un attimo da quella falsa quanto opaca attenzione per le cose futili che, come un amo, ogni tanto ci ripesca e ci distoglie da ciò che conta. Ho chiuso questo libro sentendomi un po’ diversa, con un unico pensiero che ho tutt’ora: abbracciare forte Amoresano, chiunque esso sia. 

TITOLO: Napoli mon amour
AUTORE: Alessio Forgione
CASA EDITRICE: Enne Enne Editore
ANNO: 2018
PAGINE: 223
PREZZO: 16 €

FAREMO FORESTA – ILARIA BERNARDINI

Tutto ha inizio nel giorno del disastro. Anna sta piangendo la fine del suo amore: lei e il papà di Nico, il loro bambino di quattro anni, hanno deciso di lasciarsi. Quel giorno Anna incontra per caso Maria, un’amica di sua sorella che non conosce bene. Mentre parlano, Maria comincia a stare molto male. Anna le tiene la mano, la guarda crollare, chiama i soccorsi. Solo dopo l’ambulanza, il ricovero, le telefonate, si scopre che Maria ha avuto un aneurisma cerebrale. Trascorre una lunga estate di convalescenza e dolore per entrambe. Come si fa a reimparare a uscire di casa e parlare con le persone dopo aver capito quanto vicina è la fine? Come si fa a dire a un bambino che il papà e la mamma non si amano più? La crisi economica ha intanto reso tutti più poveri, le meduse invadono i mari, si annuncia la fine del mondo e pure le piante sul terrazzo della nuova casa di Anna e Nico sono mezze morte. Attorno alle due donne, solo siccità, incertezza e paura. Finché, insieme, cominciano a occuparsi del terrazzo disastrato e, mentre Maria toglie il secco e il morto, pianta nuovi semi e rinvasa, Anna le prepara da mangiare. Così, stagione dopo stagione, la menta diventa verdissima e forte, il limone e il fico danno i frutti e spuntano i girasole. L’oleandro e il glicine s’infittiscono, arrivano le lucertole, le farfalle, e ogni mattina un merlo comincia a visitare Anna e Nico. Le due donne imparano a prendersi cura delle piante e Luna dell’altra. E proprio come il terrazzo, anche questa storia si fa sempre più rigogliosa, fino a trasformarsi in una foresta, talmente selvaggia da contenere le vicende di tutta l’eccentrica famiglia di Anna e persino quelle della buffa cartomante a cui lei si rivolge in cerca di aiuto. A partire da un dolore comune a tanti – la malattia, la fine di un matrimonio, un bambino da proteggere – Ilaria Bernardini inventa un alfabeto botanico-sentimentale con cui compone una formula magica dal potere universale. Con “Faremo Foresta” inauguriamo un movimento gentile, fatto di cura e mani nella terra, di attenzione e di presenza. Questo libro è molto più di una storia, è un inno alla vita, una dolce rivoluzione del pensiero, un mantra per sopravvivere alla siccità e fiorire nel deserto. Per, poi, fare foresta.

RECENSIONE
Faremo foresta è una storia bellissima, una di quelle storie in cui speri di imbatterti quando ti senti perso e solo, quando ti sembra che niente vada come deve andare e che nessuno sarà mai in grado di capire come ti senti. È una storia che ti consola, non perché provi a batterti un qualche tipo di immaginaria pacca sulla spalla, ma perché ti porta, con passi delicati e malinconici, tra le pieghe di una vita, normale. Una vita, si potrebbe dire qualunque, raccontata con estrema semplicità. E quando dico semplicità, non faccio riferimento agli aspetti legati al concetto di banalità, che questa parola può evocare, se intesa in senso negativo. Ma mi riferisco ad una serenità di fondo, ad una tranquillità in grado di far sembrare normali ed ordinari, o per lo meno superabili, eventi delle vita umana come la perdita, la malattia o la fine di un amore. 

Con un modo di scrivere che definirei nuovo, o quanto meno diverso, Ilaria Bernardini ci racconta dell’esistenza: ci parla della famiglia nella sua connotazione attuale, spesso diversa e lontana dell’idea tradizionale che viene veicolata dalla società, riuscendo a mettere in luce con naturalezza, serietà ed ironia le dinamiche e le necessità della famiglia oggi, ci parla di relazioni, di amicizia e di amore, di contatto tra persone e del bisogno di tenere in piedi i legami, oltre ad ogni eventuale e sempre possibile difficoltà che potrebbe di mettersi di traverso. Oltre, soprattutto, ad ogni probabile critica e biasimo da parte di altri. Anche quando questi legami sono complessi, assurdi, sbagliati o facilmente giudicabili, l’autrice riesce a raccontarceli semplicemente per quello che sono e a farceli accettare, amare e comprendere, esattamente come vorremmo essere in grado di fare anche noi, nella nostra vita, liberandoci dal pregiudizio. 

Ilaria Bernardini ci parla con una vena delicata, quasi poetica, in grado di dare luogo ad un flusso di pensieri che sembrano fuoriuscire senza filtri, così come sono, a volte profondi e sconfinati, a volte piccoli e legati alle urgenze del momento e del bisogno, ma sempre e comunque capaci di collegarci alla realtà, in grado di farci sentire in maniera distinta e percepibile, il nostro sentimento e la nostra emozione.
Per certi aspetti, questo libro mi ha ricordato la vita. Bella e un attimo dopo brutta, veloce o lentissima, a seconda del posto da cui la si guarda, in tutto e per tutto relativa nel suo essere un mistero. E così anche la vita di Anna, la protagonista di questo racconto, diventa vera, diventa la vita possibile di un’amica, di una vicina, di una sconosciuta con gli occhi velati di lacrime che ti passa accanto al mattino presto. 

Questo romanzo ha una morale profonda e, a mio parere, evidentissima fin dalla prima pagina, ossia che alcune cose della vita, per quanto sia difficile accettarlo, molto semplicemente non possiamo aggiustarle, non possiamo ripararle né metterle via o riordinarle nel posto che vorremmo, ma dobbiamo avere la forza ed il coraggio di prenderle come sono, di accettarle senza opporre resistenza, di fare in modo che vadano a mettersi proprio dove devono o, il più delle volte, dove riescono a stare, anche se non ne capiamo il motivo o non ci piace o non ci va bene.

Questo libro io l’ho letto mesi fa, in giorni di inquietudine, di agitazione, in momenti di sconfinato senso di non appartenenza e di terrore, ed è stato capace, ma capace davvero, di rimettermi al centro del mio tempo, di farmi sentire, almeno per un po’, il senso del mio soffrire e del mio spaesamento, di mettermi davanti con contorni ben definiti i motivi del mio momento di crisi. È un libro che in tutto il suo svolgimento prova a parlarti, tenta di capirti e riesce a regalarti la calma di cui hai bisogno e la possibilità di cercarti un punto di vista più ampio da cui guardare il tuo angolo.

Per me è stata una boccata di aria pura, uno scorcio su un’altra esistenza, che mano a mano che procedevo con la lettura non mi interessava più nemmeno tanto sapere se fosse vera o no, perché mi bastava sapere che era con me, mi bastava rendermi conto che piano piano stava diventando un pezzettino della mia storia, e che ce l’avevo accanto, per ricordarmi in ogni momento che in fondo siamo tutti parte della stessa cosa, di qualcosa di più grande, qualcosa che possiamo immaginarci un po’ come ci piace e che Ilaria Bernardini ha chiamato Foresta.

TITOLO: Faremo foresta
AUTORE: Ilaria Bernardini
CASA EDITRICE: Mondadori
ANNO: 2018
PAGINE: 186
PREZZO: 19 €

STORIA DI ÁSTA – JÓN KALMAN STEFÁNSSON

Reykjavík, primi anni Cinquanta. In un piccolo appartamento seminterrato Sigvaldi e Helga toccano il cielo con un dito abbandonandosi alla loro giovane e travolgente passione e decidono di chiamare la figlia Ásta. Ásta come una grande eroina della letteratura nordica, Ásta perché ást in islandese vuol dire amore. Sedici anni dopo Ásta scopre il sentimento di cui porta il nome in una fattoria negli aspri Fiordi Occidentali dove trascorre l’estate. Lo impara a conoscere dalla storia tormentata tra un uomo e una donna uniti dalla solitudine e divisi dalla dura vita contadina; lo impara a capire dalla vecchia Kristín che ogni tanto, al mattino, si sveglia in un’altra epoca del suo passato e può così rimediare ai rimpianti che le ha lasciato la vita; lo vive sulla propria pelle insieme a Jósef, il ragazzo che le cambierà l’esistenza. Eppure sono tutte promesse di felicità non mantenute ad avvicendarsi in questa impetuosa storia famigliare, segnata per sempre dal giorno in cui Helga si rivela uno spirito troppo libero e assetato di emozioni per non ribellarsi alla soffocante routine domestica e abbandonare marito e figlie, lasciando Ásta con un’inquietudine, un’ansia di fuga, una paura di seguire fino in fondo i propri sogni. In un romanzo lirico, sensuale e corale, che si compone a puzzle seguendo i ricordi dei personaggi e le associazioni poetiche dei loro sentimenti, Stefánsson racconta l’urgenza e l’incapacità di amare, la ricerca di se stessi nell’eterna e insidiosa corsa alla felicità, e quel fiume di desideri e nostalgia che accompagna il destino di ognuno, sempre pronto a rompere gli argini e a scompaginare un’esistenza. 

Recensione

Non sono mai molto veloce a scrivere recensioni. Recensioni poi, sarebbe forse più appropriato definire questi sproloqui come una raccolta estemporanea di pareri, impressioni ammassate nella mente durante lo scorrere delle pagine, che defluiscono poi con un ordine, più o meno logico, in questo personalissimo deposito di pensieri.

Le recensioni dei libri, dicevo, sono una cosa che ho bisogno di sentire con calma. Mi serve tempo per fare entrare il libro, completamente dentro di me, e per poi tirare fuori quello che, umilmente e senza alcun genere di pretesa, la mia testa percepisce di voler condividere.
In questo caso, però, butto giù tutto di getto. Tanto forte e graduale è stato il crescere della mia emozione, mentre scorrevo le pagine lunghe e strette di Storia di Ásta, nella splendida edizione di Iperborea.

Jón Kalman Stefánsson, autore conosciuto a molti, e sicuramente a tutti gli amanti della letteratura nordica contemporanea, è un ex insegnante e bibliotecario, poeta e autore di numerosi romanzi, tra cui I pesci non hanno gambee Grande come l’universo, due volumi di una saga familiare che ho preso tempo fa e che non ho ancora avuto modo di leggere ma che, dopo la splendida esperienza con l’ultima uscita dell’autore, verranno divorati in tempi brevi.

Stefànsson dicevo, è un poeta. E si vede. Niente di quello che si trova scritto in questo libro può far pensare il contrario. Non si tratta di un romanzo dai toni poetici, ma direi quasi di un flusso di poesia reso in prosa, dove ogni elemento narrato viene esposto in modo da far vibrare il pensiero, ma soprattutto il cuore di chi legge. La poesia è presente in ogni momento, non nei versi o nelle parole, ma nei concetti e nella visione del mondo che l’autore prova a darci mentre racconta questa storia.

Ma tutto cambia quando mi metto a scrivere. Cambia tutto! La scrittura libera qualcosa dentro di me. Ti suonerà strano, ma mentre scrivo divento più grande della persona che sono. Sì, mi trasformo in una corda sensibile che vibra tra ciò che è evidente e ciò che è nascosto. Esistono due mondi, almeno, caro fratello. Da una parte quello che appare agli occhi di tutti, quello di cui ti parlano le pagine dei giornali, quello che si dice ad alta voce – dall’altra c’è un universo segreto. C’è tutto quello che tralasciamo di dire, che nascondiamo, che ci rifiutiamo di ammettere. È lì che risiedono le nostre paure. Tutto quello che speriamo e che non otteniamo, o che non abbiamo la forza di conquistare. Tu lo chiami il mondo della poesia, e lo prendi come pura finzione. Benissimo. Ma che ti piaccia o no, questa maledetta poesia a volte è l’unica cosa capace di definire l’esistenza per com’è per davvero.

Sono queste le parole pronunciate dal fratello di Sigvaldi, padre di Ásta, poeta per passione, uomo incapace di spendere la propria vita lavorando, perché convinto di volere e soprattutto di potere passare l’esistenza solamente a scrivere, che per lui è lottare contro la morte.

Conosco poco l’autore di questo romanzo, ma quello che ho intuito durante la mia lettura, è che questo fratello poeta, così folle e fuori dal mondo da rinunciare alla normalità per dedicarsi alla scrittura, possa essere una sorta di richiamo all’autore stesso, che più volte trova il modo di far trasparire nel racconto la sua presenza, anche attraverso modi e pensieri messi in scena attraverso i personaggi.
Al di là dei miei discutibili tentativi di comprendere meglio la psicologia dell’autore, non posso negare di essere grata a Stefánsson per aver introdotto nella narrazione questa figura scapestrata e irresponsabile che è il fratello di Sigvaldi, un po’ poeta un po’ romanziere, un po’ tutti noi, con questo suo bisogno disperato di mettere su carta imprese grandi o piccole e di consentire alla sua anima di aprirsi al mondo, attraverso la parola scritta.

Spesso dicevi, e in modo piuttosto convincente, devo ammetterlo, che il modo migliore per essere se stessi è non fare niente – che l’essere umano scopre chi è quando riflette con calma.

Tornando al romanzo, non voglio perdermi in chiacchiere esageratamente lunghe; penso sia una storia tutta da leggere e soprattutto da sentire dentro, e preferisco pensare che ognuno di noi, leggendola, possa farne una sua personale interpretazione.
Tuttavia mi sento di condividere, in questo mio spazio appositamente ritagliato, solo un paio di riflessioni generali in merito agli aspetti che mi hanno più colpita durante la lettura.

La prima cosa che ho notato come elemento chiave che si protrae per tutta la narrazione è che Storia di Ásta è soprattutto una storia di sensi di colpa.
La colpa, il sentimento di avere sbagliato tutto e di stare male per questo, pervade tutto il romanzo ed è comune a tutti i personaggi; nessuno si salva da questa onta, ad accezione di Sesselja, la figlia di Ásta. Ognuno nel suo piccolo e nel suo modo ha qualcosa da rimproverarsi, qualche errore, grande o piccolo, responsabile di alcune situazioni e che, in qualche modo, ha segnato la vita e la sofferenza degli altri intorno a se.
Questa forte e complessa condizione, condivisa a livello corale, determina un senso di dolore e pesantezza, una negatività diffusa che si sposa perfettamente con gli elementi del disagio e della sporcizia, della perdita e della mancanza, del senso di vuoto e di annientamento che costantemente ritornano e che prevalgono sugli aspetti positivi, determinando una generale sensazione di squallore e disperazione.

Uno degli altri aspetti su cui ho avuto modo di riflettere è che Storia di Ásta è un romanzo dove niente va come deve. La sensazione perenne di “aver perso il treno”, di aver lasciato indietro un pezzo, di correre contro il tempo è un’altra costante che, pagina dopo pagina, accompagna il lettore e i personaggi. L’imprevisto, capace di far si che niente si incastri, è il protagonista indiscusso di questo testo, dove chi deve trovarsi si perde e dove gli incontri svaniscono per un soffio, determinando così conseguenze sempre più dolorose e drammatiche.

Nonostante questi elementi complessi e particolarmente tristi, io ho trovato che questo romanzo abbia un merito particolare, ossia quello di ricordare al lettore il valore del tempo che si ha a disposizione. Questa è una storia che fa pensare, capace di ricordarci mano a mano l’importanza di dire quello che pensiamo quando lo pensiamo, di sentirci liberi di amare chi davvero amiamo, di poterci ritenere degni di abbracciare la vita, con tutta la sua potenza, nel modo che vogliamo e che più ci rappresenta. All’apparenza possono sembrare dei concetti banali, ma io trovo che riuscire a trasporre in un testo scritto, all’interno di una narrazione ampia, relativa ad una storia inventata, un così grosso quantitativo di spunti relativi alla vita umana, sia una delle cose che rende un libro meritevole di essere letto e conosciuto.

Al di là di tutto il dolore che racconta, storia di Ásta è un inno alla vita, qui ed ora, e per questo ve lo consiglio con il cuore.

La citazione che ho amato

“Sì, probabilmente quelli furono i momenti più belli della sua vita, se non altro da quando la sua infanzia si era interrotta bruscamente un giorno d’autunno di quando aveva quindici anni. Alcuni ricordano esattamente il giorno, perfino l’ora, il minuto, l’istante in cui la loro infanzia si è conclusa, e raramente è di buon auspicio. I più fortunati sono quelli per cui l’infanzia sfuma così lentamente da non sparire mai davvero: dentro di loro rimane sempre il bambino che sono stati”.

TITOLO: Storia di Ásta
AUTORE: Jón Kalman Stefánsson
TRADUZIONE: Silvia Cosmini
CASA EDITRICE: Iperborea
ANNO: 2018
PAGINE: 480
PREZZO: 19,50 €

LA PIÙ AMATA – TERESA CIABATTI

“Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quattro anni, e sono la figlia, la gioia, l’orgoglio, l’amore del Professore.” Il Professore è Lorenzo Ciabatti, primario dell’ospedale di Orbetello. Lo è diventato presto, dopo un tirocinio in America, perché è pieno di talento ma modesto, un benefattore, qualcuno dice un santo. Tutti lo amano, tutti lo temono, e Teresa è la sua figlia adorata: l’unica a cui il Professore consente di indossare l’anello con lo zaffiro da cui non si separa mai. L’anello dell’Università Americana, dice lui. L’anello del potere, bisbigliano alcuni. Teresa dall’infanzia scivola nell’adolescenza, e si rende conto che la benevolenza che il mondo le riserva è un effetto collaterale del servilismo nei confronti del padre. Chi è Lorenzo Ciabatti? Il medico benefattore che ama i poveri o un uomo calcolatore, violento? Un potente che forse ha avuto un ruolo in alcuni degli eventi più bui della storia recente?
Ormai adulta, Teresa decide di scoprirlo, e si ritrova immersa nel liquido amniotico dolce e velenoso che la sua infanzia è stata: domande mai fatte, risposte evasive. Tutto, nei racconti famigliari, è riadattato, trasformato…Teresa Ciabatti ricostruisce la storia di una famiglia e, con essa, le vicende di un’intera epoca. Un’autofiction sincera, feroce, che nasce dall’urgenza di fare i conti con un’infanzia felice bruscamente interrotta.

Recensione

L’estate del mio primo bacio, un film di Carlo Virzì, è uscito nelle sale italiane nel 2005, anno nel quale è molto probabile che io abbia passato l’estate nella speranza di darlo o riceverlo, finalmente anche io, ultima tra tutte le mie amiche, questo benedetto primo bacio.
Quello che non sapevo e che, non saprei tutt’ora, se non mi fossi imbattuta per caso nel libro di cui sto per parlarvi, è che la sceneggiatura di questo film si è ispirata ad un romanzo, edito da Einaudi nel 2002, Adelmo torna da me di Teresa Ciabatti. 

Tutto questo preambolo per dirvi che no, non conoscevo, se non per sentito dire, dopo la sua candidatura al Premio Strega 2017, questa autrice e che sì, grazie alla sgargiantissima copertina della nuova edizione Mondadori, collana Oscar 451 (Libri che bruciano, è il caso di dirlo, sottotitolo geniale, ma soprattutto vero), che ha attirato la mia attenzione in libreria, ho avuto modo di incontrare un’autrice che mi ha fortemente commossa ed esaltata, al punto che sto pensando di recuperare tutti i suoi libri. Matrigna, uscito qualche settimana fa per Solferino, è già sul comodino che aspetta. 

Che altro aggiungere. Non credo di poter fare una recensione tradizionale, nel senso che, durante la lettura, non mi è successo, come solitamente mi accade, di sviluppare un particolare interesse per alcuni elementi o di sentire la voglia di annotare ai margini dei pensieri rispetto alle citazioni sottolineate (anzi, ad essere sincera non ho sottolineato quasi niente), nell’idea di poter poi riprendere i temi principali e trattarli passo passo.
In una narrazione del genere non sono riuscita a vedere delle parti o dei pezzi, ma ho guardato l’insieme. Questo libro è un fiume che scorre, arriva veloce addosso al lettore e lo travolge, ma senza annegarlo, anzi, ci si ritrova a galleggiarci sopra meravigliosamente, incuriositi e sempre più vogliosi di procedere per capire cosa sta succedendo, ma soprattutto per sentire Teresa, Teresa che tira fuori quello che ha dentro e lo restituisce alla carta in una maniera dritta e melodiosa, stridente e allo stesso tempo armonica, una modalità che difficilmente mi è capitato di trovare.
È nevrotica la sua scrittura, mi rendo conto che possa non piacere, ma personalmente, a me, ha affascinato fino alle lacrime. Un getto continuo di pensieri e moti d’animo che ti entra dentro e ti sconvolge. Il culmine di questo crescendo è alla fine, quando l’autrice tira fuori una rabbia che quasi terrorizza, che esprime un dolore folle, malato, perso. Un dolore che se si pensa di provarlo per tutta la propria vita, non si concepisce come sia possibile sopravviverne.
La cosa di non sapere, poi, se questa è o no la vera storia dell’autrice, la quale non ha dichiarato in merito molto più di un vago “ho raccontato la vita per come l’ho interpretata io” o qualcosa di analogo (ma detto molto meglio), mi ha puntellato la mente per tutto il tempo della lettura, cioè un paio di ore, perché di fatto l’ho sbranato, questo libro.
E se da una parte pensavo “wow siamo di fronte alla vita segreta della figlia di un massone, voglio assolutamente saperne di più”, dall’altra, riflettevo dicendomi che, se non fosse stato così e la maggior parte degli elementi narrativi fossero semplicemente il risultato della fantasia dell’autrice, allora, caspita, siamo di fronte ad una grande scrittrice, che oltre ad avere una capacità comunicativa eccellente è anche una geniale romanziera. 

In fondo non ha poi così importanza, se non per placare il mio vorticoso trastullo mentale, conoscere la risposta a questa domanda, quello che conta, almeno per me, è stata la possibilità di incontrare uno stile narrativo completamente nuovo, personalissimo e a tratti ansiogeno, che però va a nozze con il mio modo di essere e di fare, e che quindi ho letteralmente adorato.
Vorrei dirvi altro, ma ho la sensazione che parole in più sarebbero di troppo.
È un libro che o ti piace o ti fa schifo, perché o ti smuove qualcosa, oppure non ti dice niente.
La sensazione generale che ho avuto, al di là di una voglia folle di sapere cosa stesse accadendo (perché ragazzi sì, mi sto ripetendo, ma questo è un libro con una trama davvero avvincente senza essere minimamente scontata né esageratamente fuori luogo), è questa: La più amata è uno di quei libri che avrei, scusate il gioco di parole, amato comunque, anche se fosse stato privo di avvenimenti, un testo che mi ha fatto vibrare il cuore, solo per come è stato scritto; se teniamo poi conto che, al suo interno, succede pure di tutto, mi sembra di poter dire che questo sia il libro perfetto.

E in conclusione penso che Teresa Ciabatti possa diventare una delle mie autrici preferite.
Con questo modo di raccontare il mondo e i sentimenti che lo caratterizzano mi ha ricordato me stessa, il vulcano arrotolato che ho dentro e che non sono mai stata capace di far uscire.
Magari è questa la volta buona? Nel frattempo vi consiglio di leggerlo e mi preparo a divorare anche la sua ultima fatica.
Saprò dirvi presto, sempre su questi schermi.   

TITOLO: La più amata
AUTORE: Teresa Ciabatti
CASA EDITRICE: Mondadori
ANNO: 2017
PAGINE: 218
PREZZO: 13 €

LA FATICA DEI SOGNI

Ieri mattina, sull’inserto del Corriere della Sera, Economia-TrovoLavoro, mi sono imbattuta in un articolo che racconta la storia di Biagio Antonacci, artista italiano di larga fama da me, lo ammetto, conosciuto solo vagamente  per le classiche hit estive che quasi annualmente produce e che passano frequentemente in radio. Nonostante lo conosca poco, però, Biagio mi piace, l’ho sempre pensato, come persona. Sciallo, a modo, misurato, mai sopra le righe. Che non mi sia chiarissimo quello che scrive nelle sue canzoni è un altro paio di maniche e, comincio a pensare, probabilmente un problema mio.
Nell’articolo/intervista di Andrea Laffranchi, Biagio racconta gli esordi della sua carriera, quando con doppia partita iva, per metà da geometra e per metà da cantante, stava dieci ore in cantiere per seguire i lavori e alle 17.30 staccava per andare a cantare, di quel primo Sanremo, portato a termine senza successo, del rifiuto da parte di Alberto Salerno, del continuo alternarsi tra cantiere e vita militare, nel tentativo di trovare qualcosa di più affine al proprio carattere, un “meno peggio”, nella consapevolezza che, comunque, si deve mangiare. E infine della riuscita e della realizzazione, dimostrazione di come l’aver tenuto sempre presente e fissa nella sua vita, seppure relegandola ai margini, la propria autentica passione abbia, alla fine, pagato.
Ora, affascinata da questa storia, tanto da pensare di scriverne, digito Biagio Antonacci su Google e scopro che il cantante è stato legato sentimentalmente per molti anni a Marianna Morandi, la figlia del ben noto Gianni, dalla quale ha avuto due figli. E sti cazzi. Voglio dire, pensando a tutta la vicenda che mi aveva toccata da vicino e scossa mi è, quasi inconsciamente, venuto da pensare subito ad un bel “Ti piace vincere facile”. Tipica, tipica e dannata mentalità italiana, che ti spinge a pensare male. Alla fine però, per il mio discorso questo è un dato irrilevante. Io non conosco questo signore, non so i suoi gusti e a malapena ricordo un paio di sue canzoni, quindi con chi al tempo abbia deciso di procreare non solo non mi riguarda, ma nemmeno mi interessa. Quello che mi ha colpito in questo articolo e che mi ha spinta a farne una riflessione è altro, un elemento che va oltre e che viene da dentro, un insieme di pensieri che questa breve intervista ha fatto uscire.
Anche io, come Biagio, ho un sogno preciso, seppure a volte difficilmente palpabile e senza dubbio non molto ben socialmente inquadrabile; questo sogno si chiama scrittura e più che un desiderio di realizzazione è un’esigenza fortissima. Una necessità che mi porto dietro da sempre e che solo negli ultimi anni ha iniziato a farsi sentire in maniera continua e martellante, fino a diventare una compagna, onnipresente nelle mie giornate, con cui condividere l’esistenza.
Il punto è che, ad un certo momento, anche io come Biagio mi sono accorta che, al di là del tran tran quotidiano, nonostante la sudata laurea magistrale che mi ha presso di scegliere, se così sia può dire, con sufficiente libertà, cosa fare e come, nonostante i miei lavori incasellati al millimetro tra contratti part time e collaborazioni e, nonostante, il bisogno di poter mettere ogni sera un piatto in tavola, io sono io, soprattutto perché amo scrivere.
E scrivere, secondo la mia personalissima esperienza, non è solo sedersi davanti ad un pc e battere le dita. Scrivere è un processo continuo, infinito, che inizia nella mente al mattino e va avanti tutto il giorno e spesso anche di notte, quando non si riesce a spegnere il cervello. Scrivere è nelle cose che canto quando guido il motorino per le strade della mia città, è lo sguardo delle altre persone, la luce negli occhi di chi ha una vita da raccontare, il dolore taciuto di chi si tiene tutto dentro. Io non penso, ovviamente, di saper scrivere, ma mi piacerebbe davvero moltissimo poter imparare, perché se immagino la possibilità di riuscire, un giorno, a canalizzare almeno un dieci per cento di quello che penso e provo in una forma che sia fruibile e che magari possa toccare, più o meno positivamente, anche qualcun altro oltre a me, io mi vedo felice. Ed è per questo che Biagio è un grande. Non mi importa molto, alla fine, sapere come ci sia riuscito. C’è riuscito. Ha tenuto botta. Ha cantato la sera nei pub sui navigli. Non ha mollato.
A volte guardo quelle persone che, magari per mille motivi, non lavorano, gente che non ha bisogno di usare la maggior parte del proprio tempo per fare qualcosa che gli consenta di mantenersi, e li invidio. Invidio il loro tempo, tempo che io non ho mai avuto e non so se mai avrò, penso ossessivamente cosa potrei fare io, se ne avessi anche solo la metà a disposizione. Loro sono fortunati. Poi rifletto ancora e mi ricordo che fortunata lo sono anche io. Io che ho un desiderio dentro. Io che riconosco cosa mi fa volare il cuore, io che sento dentro il fuoco di qualcosa. Non lo so se mi brucerò o se riuscirò ad alzarmi in volo. Ma in fondo, ha così importanza? Una volta che si capisce cosa ci rende noi stessi e si trova il modo, pur tra mille difficoltà, di provare ad esserlo, per certi aspetti, mi sento di dire, è già abbastanza.
E allora grazie Biagio e grazie Andrea Laffranchi, per aver messo nero su bianco il concetto che troppo spesso dimentico, del “lottare per i propri sogni”, dove per lottare non si intende solo una lotta figurata all’interno della nostra mente per sentirci liberi di accettarci per quelli che siamo e che desideriamo essere (cosa che comunque mi è personalmente costata anni ed anni di rimuginamenti e viaggi mentali), ma, ancora più importante, una vera e propria battaglia quotidiana con tutto quello che ci allontana da noi, dal nostro sogno, una fatica improba per tenere insieme tutto, fatta di sbadigli, emicranie e di ispirazioni che, alle 23, dopo dieci ore di lavoro, non arrivano.
Sognare è anche questo, e a me, ha fatto benissimo ricordarlo.

 

ADDIO FANTASMI – NADIA TERRANOVA

Ida è appena sbarcata a Messina, la sua città natale: la madre l’ha richiamata in vista della ristrutturazione dell’appartamento di famiglia, che vuole mettere in vendita. Circondata di nuovo dagli oggetti di sempre, di fronte ai quali deve scegliere cosa tenere e cosa buttare, è costretta a fare i conti con il trauma che l’ha segnata quando era solo una ragazzina. Ventitre anni prima suo padre è scomparso. Non è morto: semplicemente una mattina è andato via e non è piú tornato. Sulla mancanza di quel padre si sono imperniati i silenzi feroci con la madre, il senso di un’identità fondata sull’anomalia, persino il rapporto con il marito, salvezza e naufragio insieme. Specchiandosi nell’assenza del corpo paterno, Ida è diventata donna nel dominio della paura e nel sospetto verso ogni forma di desiderio. Ma ora che la casa d’infanzia la assedia con i suoi fantasmi, lei deve trovare un modo per spezzare il sortilegio e far uscire il padre di scena.

Recensione

La rubrica Einaudi non mi deludi mai, probabilmente esiste già nella mente di migliaia di lettori e, se non fosse che come nome è troppo lungo e come slogan troppo banale, proverei a mettere una categoria nel blog relativa a questo concetto.
Questo mese, la best casa editrice del mio cuore, oltre ad avermi resa povera come di consueto, mi ha permesso, attraverso la lettura di Addio fantasmi, di entrare per la prima volta in contatto con un’autrice davvero brava: Nadia Terranova.
Tanto per la cronaca, visto l’entusiasmo, mi sono già procurata Gli anni al contrario (premio Bagutta Opera Prima, premio Brancati e vincitore del The Bridge Book Award), altro romanzo della scrittrice e collaboratrice di Repubblica, edito Einaudi.

Ebbene, ho appena digitato “musica sottofondo” su Spotify e cercando la giusta concentrazione, attraverso una playlist che è un misto di Cat Stevens senza cantato e melodie per il Shavasana, provo a parlarvi brevemente di questo romanzo, cercando di trasmettervi quanto mi ha emozionata.

La storia di Ida ha un pregio che è anche un immane difetto, ossia crea malinconia. Questo è un aspetto che personalmente ho sempre adorato, nei libri così come nei film, ma che sicuramente crea un mood intorno al racconto che non lo rende fruibile in ogni momento della giornata. E infatti, nonostante una lunghezza assolutamente nella norma, ci ho messo un po’ a leggerlo. Penso che questo sia dovuto anche al fatto di aver iniziato questa lettura in una settimana di riflessioni e deliri mentali, cosa che spesso mi porta a sovrapporre la mia vita con quella del protagonista del romanzo che ho davanti; è una cosa utilissima, in realtà, un meccanismo capace di offrirmi sempre un quantitativo di spunti di riflessione per rimediare al mio personalissimo casino interiore che è mirabile. Però spesso questo processo va in contrapposizione con il naturale evolversi della storia, così che mi ritrovo a non capire più cosa è successo nel romanzo e cosa nella mia testa.

Al di là dei miei deficit di lettrice, tutta questa sbrodolata non l’ho fatta a caso. L’ho inserita perché credo davvero che di libri che riescono a far fare ingenti pensieri e fastidiose riflessioni su se stessi non ce ne siano, poi, moltissimi.
Addio fantasmi ci riesce. Forse perché l’incontro/scontro con un passato che non ha prodotto altro che sofferenze è un tema che ci riguarda, più o meno, tutti. Forse perché ognuno di noi è il prodotto del suo dolore, o per lo meno, anche di quello.
Ma Ida sembra essere il risultato di un dolore puro e basta. Solo di quello.

Sara era uguale a me, però intatta, la sua casa era lieve e ordinaria, i suoi pensieri liberi di coincidere con la sua anagrafe; quando eravamo insieme potevo avere anch’io quattordici anni come lei, perciò le stavo aggrappata come una naufraga, io che odiavo tutte le età da quando mio padre aveva smesso di averne una e sapevo che ogni suo compleanno si sarebbe celebrato contro di me.

E invece, man mano che la lettura procede, ti rendi conto che non c’è solo quello.
Non solo quell’immenso punto di non ritorno da cui lei ha cominciato a contare i suoi anni.
Non soltanto quella perdita senza spiegazioni e quindi senza fine, a riempire le sue giornate.
C’è anche altro. Delle persone. Delle relazioni, dei rapporti. Famiglia, amicizia, amore.
Ma Ida il resto non lo vede, così presa come è a tenere insieme i cocci del suo passato. Ida non vede e non si accorge di non farlo, tutta concentrata a pensarsi come eterna vittima.

Mi chiedo perché mi abbiano voluto con loro, mi detesto per esserci cascata e faccio finta di niente. Faccio sempre finta di niente, sempre. È un’arte in cui sono professionista, da tre anni mio padre è scomparso a dissimulare il dolore sono la più brava.

E nemmeno si rende conto di come riesce ad essere tagliente e per certi versi subdola, con tutta la sete che ha di tirare fuori la sofferenza e, forse, anche il senso di colpa che ha dentro.

Avrebbe voluto che le dimostrassi che era una buona madre, la migliore. Avrei dovuto rassicurarla: no, non avevo ereditato da lui la tristezza e il disinteresse per la vita, sì, ero loquace e sana, normale come lei. Mia madre avrebbe voluto ricevere da me il seguente messaggio: stai tranquilla, la sparizione del padre non è colpa di nessuno, non è colpa tua. Ma, a differenza sua, io non pensavo che nessuno avesse colpe: pensavo che le avessimo tutti.

Ida soffre così tanto che si sente, sempre, costantemente, al centro. Non è egoista, semplicemente non vede il dolore degli altri, tanto quello che la riguarda le pulsa dentro giorno dopo giorno. E così perde gli amici e “gli altri”, coloro che, provano a circondarla, ma poi mollano il colpo.

I tuoi problemi non giustificano tutto, non esisti solo tu al mondo, – continuò, fermando l’auto a un semaforo rosso.

E guarda caso, l’unica persona a cui Ida lascia spazio è suo marito Pietro, a cui sembra essere legata per la compassione che le offre e per il bisogno di riparo che la caratterizza, colui che ha “accettato l’anomalia”, senza pretendere niente in cambio.

E mentre pensavo a Ida, mi rendevo conto pagina dopo pagina, frase dopo frase, di quanto potere ha il male passato di influire sul nostro futuro. Di quanto spesso crediamo che il nostro soffrire ci giustifichi tutto. Sentirsi vittime e magari anche esserlo, ma non fare niente per cambiare la situazione equivale a diventare a nostra volta carnefici di chi prova a prenderci, amarci, starci accanto, nonostante il vuoto che ci portiamo dietro.

Ma, man mano che andavo avanti a leggere, ho capito meglio, quello che l’autrice stava tentando, e finalmente quell’Addio ai fantasmi, su cui non avevo focalizzato molto l’attenzione, ha iniziato a diventare centrale.
Ida riflette, Ida capisce, questo nostos tutto sommato crea un’evoluzione definitiva nel suo modo di guardare alla storia della sua vita.
Emerge, finalmente, anche l’altro, quel resto a cui non aveva dato peso.

In un modo limpido e segreto, durante gli anni in cui avevamo vissuto da sole eravamo state anche felici. La nostra era la felicità dei pezzi di vetro smerigliati che i bambini trovano sulla spiaggia, una felicità rada, luminosa e inoffensiva.

E così, poco prima di lasciare, simbolicamente, andare tutta quella sofferenza, prima di far scendere per sempre il sipario su questa parte della propria vita, Ida realizza, cosa è realmente accaduto.

Ecco in cosa ero stata brava fino a quel momento: a non cadere. A tredici anni, dopo la scomparsa di mio padre io, per vivere, mi sarei dovuta inventare. Come altri si costruiscono il corpo muscolo dopo muscolo grazie all’allenamento e all’atletica, oppure si scolpsicono la mente e l’intelligenza con la psicoanalisi, la cultura o la meditazione, come in palestra intagliano un tricipite o disseppelliscono un tendine che neppure sapevano di avere, come trovano il lavoro, lo stipendio necessario, la poltrona al sicuro, il titolo di studio, la posa per la foto del passaporto, la postura adatta al carattere, il vestito che pare cucito addosso, insomma allo stesso modo in cui tutti inventano chi sono e inventandolo si impongono, allo stesso modo toccava a me. Io però non sapevo chi ero. 

È bello pensare, e di fatto, è quello che ci lascia fare l’autrice, che da questo momento in poi Ida sarà in grado di capire, davvero chi è. Un ritorno che è una rinascita e un messaggio che sembra gridare al mondo che si può sempre ricominciare. Ma soprattutto un inno all’introspezione e all’importanza di capirsi. Non è un caso che il lavoro di Ida sia quello di scrivere storie per la radio.

Non vorrei dilungarmi troppo e forse ho già detto troppe cose scontate, ma se non si fosse capito, questo libro mi ha preso il cuore, e sentivo il bisogno di dedicargli questo sproloquio. Spero lo leggiate. O meglio, spero che chi di voi potrebbe trarne giovamento, incontri questo libro sulla sua strada.
È decisamente terapeutico, oltre che perfettamente scritto.

E adesso basta perché dopo un’ora di arrovellamenti su questa recensione Spotify ha tirato fuori Ludovico Einaudi e non posso farcela. Have a nice bridge!

La citazione che ho amato

“Le case dei miei compagni di classe erano così leggere che quando ci entravo mi sembrava si staccassero da terra; i proprietari avevano la libertà di lasciarle in qualsiasi momento, mentre io e mia madre, dentro la nostra camminavamo a fatica, incatenate agli oggetti che non buttavamo. Tenevamo ogni cosa, non per celebrare il passato ma per propiziarci il futuro: quello che era servito una volta avrebbe potuto essere utile di nuovo, bisognava avere fede negli oggetti e non commettere mai la distrazione di buttarli via. Noi non conservavamo per ricordare, ma per sperare”.

TITOLO: Addio fantasmi
AUTORE: Nadia Terranova
CASA EDITRICE: Einaudi
ANNO: 2018
PAGINE: 196
PREZZO: 17 €

 

L’ANIMALE FEMMINA – EMANUELA CANEPA

Rosita è scappata dal suo malinconico paese, e dal controllo asfittico della madre, per andare a studiare a Padova. Sono passati sette anni e non ha concluso molto. Il lavoro al supermercato che le serve per mantenersi l’ha penalizzata con gli esami e l’unico uomo che frequenta, al ritmo di un incontro al mese, è sposato. Ma lei è abituata a non pretendere nulla. La vigilia di Natale conosce per caso un anziano avvocato, Ludovico Lepore. Austero, elegante, enigmatico, Lepore non nasconde una certa ruvidezza, eppure si interessa a lei. La assume come segretaria part time perché possa avere piú soldi e tempo per l’università. In ufficio, però, comincia a tormentarla con discorsi misogini, esercitando su di lei una manipolazione sottile. Rosita la subisce per necessità, o almeno crede. Non sa quanto quel rapporto la stia trasformando. Non sa che è proprio dentro una gabbia che, paradossalmente, si impara a essere liberi.

Recensione

L’animale femmina è l’esordio, firmato Einaudi, di Emanuela Canepa, vincitrice del Premio Calvino 2017.
Gli esordi, dannazione, sono la mia malattia del momento, perché nella perenne ricerca del tempo per scrivere, finalmente, qualcosa di mio, per ora sto trovando che sia anche (e forse molto più!) utile leggere come una forsennata primi romanzi e primi racconti. Così ho la sensazione, entrando e provando a far mie le neonate storie degli altri, di avvicinarmi un pezzetto di più alla consapevolezza di ciò che significhi mettere al mondo un libro.
Tralasciando il mio feticismo per gli esordi, questo romanzo mi è piaciuto molto, e ora provo a dirvi perché.

La prima cosa che ho pensato quando ho iniziato a leggere questo libro è stata: Rosita è una sfigata. È una povera, nel senso letterale del termine, sfigata. Non mi sono sentita cattiva ad avere questa considerazione della protagonista, perché una giovane donna fuoricorso, che fa fatica ad arrivare a fine mese, con una madre ossessiva sempre pronta a sfogare sulla figlia le proprie frustrazioni, che ha una relazione, meramente sessuale e di poca soddisfazione, con un uomo sposato, è, a mio parere, una persona sfortunata.
La domanda che mi ha attanagliato fin dall’inizio quindi, al di là della trama e dello sviluppo degli eventi, è stata come fa questa ragazza a barcamenarsi nella vita di ogni giorno?
In questo senso, si potrebbe dire, che il mio rapporto con il personaggio si è sviluppato fin dalle prime righe all’insegna di una forte empatia. Nonostante, a parte l’età e il sesso, io e Rosita non abbiamo altre cose in comune, la sua “sfiga”, la sua condizione complessa e le sue difficoltà nel vivere quotidiano me l’hanno fatta sentire subito vicina.

Andando avanti con la lettura poi, procedendo nello sviluppo della storia e man mano che avviene l’incontro con i vari personaggi, mi sono resa conto che forse, quello che mi colpiva maggiormente nella narrazione, non erano tanto i contenuti e la storia, seppur molto interessanti e ben scritti, ma proprio questo rapporto intensamente empatico, quasi una sorta di identificazione che ho avvertito nei confronti della protagonista.
In sostanza, da quella che mi era sembrata un’iniziale sensazione di empatica, ma pur sempre distaccata, comprensione verso questa ragazza (Rosita è una sfigata, se capitasse a me come farei e via discorrendo…), sono passata ad un riconoscimento nel personaggio.
E credo che la bravura dell’autrice si manifesti proprio in questa capacità di rendere il lettore in grado di entrare a tal punto nella storia da fare suoi i sentimenti della protagonista.
Sicuramente, essendo donna, è stato più facile e forse anche più scontato per me, entrare così in contatto con il personaggio principale di questo romanzo. D’altra parte mi rendo conto, soprattutto a posteriori che, se ci sono delle cose che mi hanno fatto pensare a me come donna e quindi che, facilmente mi viene da pensare anche altre persone avranno trovato vicine a loro, allo stesso tempo vi sono altri aspetti che mi hanno fortemente toccato, perché li ho sentiti vicino a me come Passi Lunghi, come persona insomma.

Per sintetizzare, potrei forse individuare due filoni di riconoscimento: da una parte ho vissuto il “dramma” di Rosita come donna, dall’altra quello di una persona con sentimenti e paure simili ai miei.
Il primo di questi due drammi possiamo identificarlo all’interno di vari sottogruppi: dalla madre che vuole a tutti i costi vedere la figlia accasata ed intenta a stirare le camicie di un maritino, che sia viscido o infedele non importa, basta averlo, all’incontro con l’avvocato misogino, che si trasforma gradualmente in un rapporto di manipolata sottomissione. Ma può essere rimandato, perché no, anche al comportamento aggressivo della “moglie di” ripetutamente tradita che non ha il coraggio di prendersela con il responsabile della sua infelicità.
Sono tutti temi che meriterebbero un maggiore approfondimento e sui quali si potrebbe riflettere all’infinito, cosa che qui, per ovvi motivi (primo tra tutti la vostra salvaguardia dalla mia logorrea!), non è possibile fare e quindi mi accontento di elencarli, anche perché leggendo il libro, dove vengono velatamente e gradualmente affrontati tutti, potete saziare la voglia di questi argomenti per un po’.
Tornando alla mia suddivisione in filoni e affrontando quindi il secondo “dramma”, quello che volgarmente e per mancanza di altre parole più appropriate definirò “personale”, non posso astenermi dal dire che, la cosa che mi ha colpito di più, e che ho riconosciuto come mia in tutti i sensi è la dannata paura di restare scottati.
La paura della delusione, che Rosita teme come non mai, è un argomento difficile da trovare nelle narrazioni romanzesche. Qui viene più volte messo in evidenza, sia in modo esplicito che meno, diventando quasi un filo rosso che accompagna la protagonista per tutta la narrazione, ed è stato uno degli elementi che mi ha fatto più apprezzare il personaggio e le sue vicende. Perché davvero, pochissime volte mi è capitato di incontrare un personaggio letterario che ha così paura di “restarci male”, al punto che appena sente puzza di gioia tende a sminuire subito, troncando sul nascere qualsiasi possibilità di felicità. Io ho sempre abusato di questo meccanismo di difesa, certamente negli anni ho imparato a limitarmi un po’ ma ancora oggi, mi rendo conto, spesso vivo le cose belle con la sensazione e la paura che svaniscano da un momento all’altro, come se la sfiga fosse nascosta dietro un albero, pronta a colpirmi.

Per concludere, al di là della mie attitudini al pessimismo,  penso semplicemente che un libro capace di farti fare tutto questo ambaradam di movimenti mentali, già solo per questa sua capacità, meriti di essere letto.
Nella fattispecie poi ne “L’animale femmina” vengono affrontati una serie di temi importanti e delicati, raccontati con cura e bravura, attraverso la penna di un’autrice capace di scrivere, di cose complesse, in modo semplice e coinvolgente.
Personalmente ritengo che narrare di grandi temi in modo fruibile e accattivante, in una maniera che consente di entrare in contatto con tanti, diffondendo messaggi di sostanza, sia una delle capacità migliori degli scrittori. Emanuela Canepa ci riesce.

La citazione che ho amato

“Ormai ho sviluppato una sorta di automatismo. Appena sento qualcosa che potrebbe passare per una bella sorpresa, la disinnesco all’istante come un artificiere. Non c’è verso che riesca a fregarmi, anche se sono ingenua, forse perfino stupida. È facile per me cedere distrattamente all’idea del colpo di fortuna. Ma proprio perché mi conosco, appena avverto quello strano formicolio – come se il corpo avesse voglia di scuotersi senza uno scopo preciso, per il solo gusto di celebrare un evento con un potenziale – mi impongo di restare con i piedi per terra. Ho imparato a essere molto prudente, la delusione ti uccide.”

TITOLO: L’animale femmina
AUTORE: Emanuela Canepa
CASA EDITRICE: Einaudi
ANNO: 2018
PAGINE: 259
PREZZO: 17,50 €

UN GIORNO QUESTO DOLORE TI SARÀ UTILE – PETER CAMERON

James ha 18 anni e vive a New York. Finita la scuola, lavoricchia nella galleria d’arte della madre, dove non entra mai nessuno: sarebbe arduo, d’altra parte, suscitare clamore intorno a opere di tendenza come le pattumiere dell’artista giapponese che vuole restare Senza Nome. Per ingannare il tempo, e nella speranza di trovare un’alternativa all’università («Ho passato tutta la vita con i miei coetanei e non mi piacciono granché»), James cerca in rete una casa nel Midwest dove coltivare in pace le sue attività preferite – la lettura e la solitudine –, ma per sua fortuna gli incauti agenti immobiliari gli riveleranno alcuni allarmanti inconvenienti della vita di provincia. Finché un giorno James entra in una chat di cuori solitari e, sotto falso nome, propone a John, il gestore della galleria che ne è un utente compulsivo, un appuntamento al buio…

Recensione

Recensioni arretrate che probabilmente non smetterò mai di rincorrere, ma da qualche parte si dovrà pur cominciare e quindi la mia scelta di oggi è caduta su Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron.
Autore che non ha bisogno di presentazioni e un titolo tremendamente affascinante, caratterizzato da questo avvertimento profetico che ti fa pensare “Speriamo!”; roba che alla fine lo prendi perché spinta dai sentimenti di compartecipazione che inevitabilmente ti suscita.
In realtà uno degli altri motivi che mi ha portato all’acquisto e alla lettura del testo è il fatto che su molti articoli e recensioni in proposito, si trova il riferimento a Salinger e al Giovane Holden, per alcuni azzeccatissimo per altri pura eresia. Ad ogni modo, essendo stata in gioventù una fan accanita di Vattelapesca e compagnia, questa associazione unita alla simpatia (intesa letteralmente come sympatheia) del titolo mi ha fatto dire: lo voglio!

Risultato: dieci su dieci. Capisco che alcuni ritengano assurdo paragonare all’opera di Salinger questo romanzo, certamente ci sono delle differenze, anche piuttosto marcate, relative allo stile, alla capacità narrativa… stiamo per sempre parlando del buon J.D., ma anche io mi accodo a chi ha sostenuto questa analogia, perché i sentimenti e le sensazioni che ho provato, durante la lettura, sono stati molto simili.
Risate folli, stupore, il pensiero costante “Ma il protagonista gira a cento?”, che mi ha accompagnato pagina dopo pagina, la meraviglia e la commozione. Tutti aspetti che avevo già avuto modo di vivere con il Giovane Holden, ma con una cosa in più, ovvero la mia età!
Se il capolavoro di Salinger, che comunque era stato super apprezzato, mi era stato dato come lettura dalla mia professoressa di italiano del ginnasio, e quindi non avevo, a mio parere l’età adatta per carpire al meglio le sfumature di quel testo, nel caso del libro di Cameron ho avuto modo, essendo passati circa dieci anni dal mio ginnasio (aiuto!!!), di leggerlo con delle consapevolezze diverse e una mente capace di farmi cogliere la meraviglia che sta dietro questo scritto e che, secondo me, è il vero punto in comune con il romanzo di Salinger, ossia… (e poi la smetto perché non volevo cadere nella recensione come confronto tra i due libri, ma la mia incapacità di sintetizzare non mi sta aiutando nell’intento) l’inebriante flusso dei meravigliosi quanto comuni pensieri di un giovane diciottenne vagamente cervellotico.

Ora, focalizzandoci finalmente su James, il protagonista del romanzo di Cameron, ciò che emerge è questo: un brillante adolescente, alle prese con un cambiamento importante, la scelta relativa a se e come continuare il proprio percorso di studi, con la scoperta della propria sessualità e con una famiglia circostante nella quale ogni membro è preso dalle proprie cose e nessuno sembra poter dare retta al piccolo di casa. Tutti aspetti che potrebbero giustificare approfondimenti e delucidazioni, ma che rimangono invece, pacatamente sullo sfondo, facendo da scenario ai movimenti del protagonista.
Questa scelta dell’autore di non enfatizzare niente della vita di James, lasciando solamente lui, con tutti i suoi ragionamenti e pensieri, in primo piano, rende la narrazione scorrevole e divertente, pur mantenendo sempre una vena di serietà. La riflessione, il continuo pensare nella mente, il costante domandarsi e la ricerca di risposte del protagonista sono infatti gli elementi che costituiscono questo romanzo di formazione.

Un romanzo che, a mio avviso, si fa carico di un compito importantissimo, Ricordarci cosa conta e cosa no. Perché la sensazione principale che ho avuto io, leggendo della madre, del compagno, della sorella e di tutti coloro, che ruotano attorno all’esistenza di James è, che nessuno, eccetto la nonna, abbia tempo per ascoltarlo. Nessuno riesce, preso come è ad inseguire le cose della quotidianità, a dedicare una minima attenzione a questo giovane uomo in difficoltà.

Questo mi ha fatto molto riflettere e non ho potuto fare altro che notare una corrispondenza piuttosto lampante con la situazione che attualmente caratterizza la società odierna e il modo di muoversi in essa. Il nostro mondo ha scelto di dedicarsi alla banalità delle cose, dimenticando il senso dell’esistenza che io, da brava studentessa di pedagogia, non posso fare a meno di credere risieda nel prendersi cura dell’altro. Non solo e non per forza, in modo pratico, ma anche e soprattutto attraverso la capacità di entrare in contatto con chi ci sta intorno, tramite l’ascolto e la relazione.
La realtà di oggi ci consente molto meno di un tempo di “occuparci” di questi aspetti e forse noi, troppo distratti dal futile, ce ne stiamo dimenticando senza la dovuta preoccupazione.

A mio parere questo libro costituisce un valido ed accessibile spunto per ripensare a quanto detto sopra e, perché no, provare a modificare gli aspetti del nostro comportamento che contribuiscono ad allontanarci dall’altro per dedicarci solo all’oggetto.
Per i messaggi di sostanza che porta, attraverso una narrazione divertente e per nulla pesante, trovo che questo romanzo sia un must e per questo ve lo consiglio!

La citazione che ho amato

“Ho solo diciotto anni. Come faccio a sapere cosa vorrò nella vita? Come faccio a sapere cosa mi servirà?”.

TITOLO: Un giorno questo dolore ti sarà utile
AUTORE: Peter Cameron
CASA EDITRICE: Adelphi
ANNO: 2007
PAGINE: 206
PREZZO: 10 €

LETTURE DI SETTEMBRE

Il mese di Settembre è stato proficuo sotto i tutti i punti di vista. Molti acquisti, alcuni dei quali divorati in una notte senza troppe remore, altri riposti in libreria per essere accarezzati e letti magari tra un mese.
È così che mi piace organizzare le letture, in modo totalmente casuale, ma nella consapevolezza che ci sarà sempre qualcosa da aggiungere, anche se sugli scaffali ci sono più di cento libri che aspettano di essere letti.

Ora vorrei, molto brevemente, illustrarvi le mie letture del mese in modo che possiate prendere ispirazione se fra i vari generi e titoli c’è qualcosa che può interessarvi. Per alcuni di questi libri che mi hanno particolarmente colpito farò delle recensioni singole, quindi in questo articolo non troverete niente di troppo approfondito, giusto qualche consiglio per gli acquisti e un paio di spunti.

  • La separazione del maschio – Francesco Piccolo
    Un libro bellissimo. Molto diretto e crudo nel modo di trattare gli argomenti ma anche molto naturale. C’è un maschio, capace di esercitare senza remore e alcun senso di colpa la sua poligamia, che si trova a fare i conti con la separazione dalla moglie. Questa è, in estrema sintesi, la trama.  Il romanzo ruota attorno a questo evento, raccontando la vita dell’uomo, la sua sfilza di vite parallele, la sua ossessione per il sesso come strumento per entrare in relazione con l’altro, la sua capacità di vivere la vita in frammenti. E anche e soprattutto il suo essere padre, cosa che gli riesce benissimo e che lo rende un uomo felice. Il contrasto tra il suo modo di essere padre e marito, attento e premuroso, e uomo che si lascia andare senza limiti alla sua ossessione, rende questo personaggio unico nel suo genere. Spesso leggendo il testo non si riesce a fare a meno di sorridere, mentre poche pagine prima si inorridiva pensando a quello che quest’uomo è in grado di fare. Lo definirei uno scandalo necessario. In ogni caso è un 4/5.
  • Le Case del malcontento – Sacha Naspini
    Un piccolo capolavoro. Farò una recensione dettagliata più avanti perché il mio quaderno di appunti estemporanei straripa nelle pagine che ho dedicato a questa lettura e trovo doveroso mettere in luce la bellezza di questo romanzo. L’ho trovato unico nel suo genere, una cosa nuova e spettacolare. Mi ha tenuta incollata alle pagine in quella modalità tipica dei migliori thriller svedesi (che a me  in realtà non fanno impazzire, ma tutte le volte rimango sopraffatta e meravigliata dalla loro capacità di coinvolgerti), pur non avendo niente del thriller. È la storia pazzescamente bella di questo morente paesino di provincia, arroccato nell’entroterra maremmano, dove succede di tutto e di più. L’autore condensa un universo dove, attraverso una lingua dialettale che rende tutto più vero, emerge l’essenza dell’uomo. Stupendo. 5/5.
  • L’isola di Arturo – Elsa Morante
    Non ha bisogno di presentazioni e non si possono certo dare voti alla Morante. Dico solo che l’avevo mollato al liceo, perché ancora non sapevo apprezzare certe qualità stilistiche nei romanzi, l’ho ripreso e sono felice di averlo fatto. Trovo sia un libro che è giusto leggere.
  • Patria – Fernando Aramburu
    Cominciamo col dire che da buona Italiota w la pizza e buongiornissimo kaffèèèè quale, a volte, mi sento di essere, dei paesi baschi e delle immani tragedie che li hanno riguardati negli anni della lotta per l’indipendenza dalla Spagna, so poco o sarebbe meglio dire, niente. Me ne vergogno, ma è la verità, e leggere questo romanzo mi ha aiutato molto a capire meglio le dinamiche che ci sono state e quanto dolore, morte e tragedia hanno lasciato dietro di sé quegli anni terribili. Aramburu, che con questo romanzo si è accaparrato il Premio Strega 2018, ha scritto un libro di quelli che io adoro. È questo genere di storia che mi ha fatto appassionare alla lettura fin da bambina, questo modo di far fluire la narrazione, queste totali quanto difficili immersioni nelle vite degli altri, alla ricerca di verità che sono sempre troppo grandi e complesse per essere dette. Mi è piaciuto da morire. Mi ha commossa, emozionata e, ancora una volta, mi ha fatto desiderare di essere brava come l’autore.
    È un meraviglioso mattoncino. 5/5
  • Confessioni di un NEET – Sandro Frizziero
    Ho già parlato di questo libro sul blog, qui trovate la recensione completa: https://passilunghienondistesi.com/2018/09/27/confessioni-di-un-neet-sandro-frizziero/
    In ogni caso mi ripeto, un libro da leggere per capire meglio cosa (e soprattutto come, questo cosa, lo vivono) i giovani di oggi. 4/5.
  • Le ragazze – Emma Cline
    Un romanzo-film. Nel senso che è congegnato in modo perfetto e mi ha rimandato con la mente a quelle sceneggiature americane dei film di successo (in realtà è anche, ma non lo sottolineo troppo perché non vorrei fosse ridotto a questo, una rivisitazione del caso Manson). Anche di questo libro vorrei parlare più approfonditamente e conto di farcela appena le giornate saranno di ventordici ore. Nel frattempo mi sento di dire che, nonostante compaiono una serie continua ed infinita di cose, che mentre leggi ti fanno pensare “So già cosa succede dopo”, in realtà non sai mai cosa succede, le cose pur essendo tante non stroppiano, anzi rendono la narrazione ancora più coinvolgente e scorrevole. È un perfetto libro da week end, oltre che un esordio molto interessante. 3/5 semplicemente perché non è il mio genere di storia.
  • L’uomo che trema – Andrea Pomella
    Ultima lettura del mese e tra le ultime proposte di casa Einaudi. Merita una recensione completa sia per la bellezza della scrittura che per il tema trattato, che necessita di più spazio per essere approfondito al meglio, ma anche e soprattutto, per quanto mi riguarda, per aver affrontato in maniera impeccabile, concreta e risolutiva il tema del lavoro impiegatizio, da me personalmente e liberamente racchiuso nel cassetto della mia mente sotto la categoria “lavorare otto ore al giorno in un ambiente ostile che non richiede cultura, ambizione e creatività rischia di uccidere la persona”. Chi mi conosce sa quanto l’argomento mi stia a cuore e averlo ritrovato in questo libro, seppur condensato in poche pagine, in mezzo a tanto altro, mi ha dato nuovi spunti su cui riflettere. È un romanzo illuminante, un memoir forte e intenso, un racconto di vita vera che mette a nudo una condizione che riguarda molti di noi. Non è leggero, richiede un po’ più di concentrazione di altri libri, ma è veramente potente. Anche lui è stato un 5/5.

E così siamo giunti alla fine di questa carrellata. Settembre, oltre  svuotarmi il portafoglio, mi ha regalato molte gioie e arricchito mente e cuore.
Anche questo mese nessun spiacevole incontro con libri che non mi son piaciuti. Sarà che per sceglierne uno ci metto un pomeriggio, è andata bene anche sta volta.
Dei testi più significativi farò, man mano e tempo permettendo, delle recensioni singole, quindi se qualcosa vi ha colpito particolarmente stay tuned, perché ho ancora molto da dirvi. Per il resto speriamo che ottobre possa regalarmi altrettante gioie.