CONFESSIONI DI UN NEET – SANDRO FRIZZIERO

Con l’acronimo NEET (Not in Education, Employment or Training) si comprendono i giovani che non studiano, non lavorano né sono impegnati in attività di formazione. Il NEET protagonista di questo libro vive a Chioggia, in casa dei genitori o meglio in una stanza della casa dalla quale esce solo spinto dai bisogni fisiologici, dalle ramanzine del padre o dalla pasta al forno della madre. Il grosso della giornata lo passa tra letto e computer in compagnia di Asia e Nina, due gatte oltremodo schiette, che non si astengono da aspre critiche nei confronti del loro “padrone”. Il nostro NEET si autodefinisce “rivoluzionario”: non vuole un lavoro, che gli appare tanto alienante quanto carico d’illusioni per chi lo ottiene, e non vuole neanche una relazione che, insieme all’amore, considera unicamente fonte di ipocrisie oltre che di inutili responsabilità. Questo giovane uomo trasuda misantropia e disprezzo nei confronti dell’intera società, che ritiene malata nel suo bisogno di finti bisogni. La sua unica finestra sul mondo è Facebook, in cui, come crede, un NEET intelligente può destreggiarsi ingannando abilmente gli altri, vittime della loro stessa ignoranza e protesi unicamente al soddisfacimento di desideri creati a tavolino da qualche multinazionale californiana.

 Recensione

A metà Settembre per l’amata Fazi Editore è uscito un libro il cui titolo ha subito intercettato il mio interesse.
“Giovani NEET in Europa, tra preoccupazioni e transizioni” è il titolo della mia tesi di laurea, un lavoro di ricerca dove però sono emersi soprattutto dati quantitativi ed elementi statistici, mentre molto poco è stato lo spazio dedicato ad aspetti personali ed emotivo-relazionali sul tema.
Quando ho scritto la tesi, mi sarebbe piaciuto tantissimo avere sotto mano un testo come “Confessioni di un NEET”, un libro capace di portare, in poche pagine, il lettore non NEET (che sia studente, lavoratore, persona in formazione, zibibbo o fenicottero), in una dimensione che pur apparendo assurda sotto molti punti di vista è in realtà una parte, ormai anche piuttosto cospicua, della nostra società e come tale andrebbe quanto meno conosciuta.

L’autore, Sandro Frizziero, un giovane insegnante di Lettere di Chioggia, affronta un tema attuale e sociologico dal punto di vista del romanzo e lo fa, secondo me, molto bene, dando vita ad una narrazione coinvolgente e scorrevole, tanto comica quanto tragica, che mi ha tenuta incollata al libro facendomelo divorare in un pomeriggio.
Nel romanzo la voce narrante è quella del protagonista, un giovane trentenne veneto che vive in casa dei genitori, fingendo una quotidiana ricerca di lavoro, per compiacere questi ultimi, che in realtà non mette mai in atto, per il semplice motivo che non ha nessuna intenzione di lavorare.
Il protagonista di questa storia rifugge l’idea del NEET come dato sociologico, con la stessa intensità con cui rifugge l’idea di essere in qualche modo nella società che lo circonda; non vuole essere bollato, riconosciuto, etichettato, chiamato, interpellato, da ciò che è esterno alle quattro mura della sua stanza insonorizzata che condivide con due gatte. Unico collegamento al mondo che c’è fuori, a parte qualche fastidiosa commissione appioppatagli dalla mamma, è una connessione wi-fi che gli consente di pubblicare su Facebook vecchie foto con drink che attestano una sua, seppur preistorica, partecipazione alla vita sociale, oppure di trollare allegramente su vari gruppi dando luogo a incredibili litigi virtuali da cui poi si defila diventandone sadico spettatore.
Insomma, un bel personaggino.

La cosa veramente interessante di questo libro però è la straordinaria capacità dell’autore di fare in modo che il protagonista esprima contemporaneamente concetti diametralmente opposti, in un modo così reale e vero che il lettore si trova costretto a concordare con tutto quello che viene detto, domandosi, di fatto, da che parte stare.
Perché è chiaro che stare dalla parte del protagonista significa adottare la sua teoria basata sul fatto che i giovani di oggi si possono, potenzialmente, permettere di stare a cazzeggiare giocando alla playstation e chattando su siti di incontri, alzandosi alle undici del mattino con la lasagna calda ogni sera fino ai cinquant’anni, ma è altrettanto chiaro che nessun lettore della mia generazione, pur riconoscendo che sono lontani i tempi in cui dopo la laurea ci si poteva sposare e sfornare tre figli senza l’ansia di cosa dargli da mangiare, così come lontani sono i tempi in cui se non lavoravi i tuoi genitori ti prendevano a cinghiate finché spontaneamente ti ritrovavi ad arare un campo, potrà mai considerare “normale” questa teoria del mantenimento perenne.
Allo stesso tempo però non si può fare a meno di trovarsi d’accordo con il nostro NEET quando esprime alcune perplessità sulla vita futura, quando prende in giro tatuaggi tribali e petti depilati, quando parla di Audi S3 comprate con un netto di quattromila euro a partita Iva e di unghie rifatte al gel ogni settimana con i quattrocento euro di rimborso spese, di vacanze a Zanzibar sudate ma necessarie perché 1.200 euro sono pochi, è vero, “ma guadagnati in un ambiente giovane, dinamico, pieno di entusiasmo, interessante e competitivo, con infinite prospettive di crescita”.

Insomma questo insieme di critiche, alcune estreme e spassosissime (al limite del soffocarsi dal ridere mentre si legge), altre più sottili ma ugualmente taglienti, sono il punto forte del libro.
Sono l’elemento che ti porta a dire che, alla fine, il NEET, “quello che non ha voglia di fare niente”, ha ragione. Sacrificarsi e soffrire come animali in gabbia tutta la vita per pagare le rate di una macchina, da lavare al sabato per farci il giro alla domenica con una moglie che rigurgita bigiotteria da ogni poro e che non amiamo più (ma che non possiamo lasciare per la paura di trovarci in mutande nel pagare gli alimenti), è un’attività snervante, arida che non si adatta alla natura filosofica dell’essere umano.
D’altra parte però, nemmeno stare a letto a fissare il soffitto o fingersi qualcun altro sui social per dare sfogo alle fisiologiche frustrazioni a cui un ritiro sociale per forza di cose ti porta, si può considerare un’occupazione edificante e certamente, a lungo andare, perde qualsiasi tipo di sensazione gratificante.

Morire di fatica o annullarsi? Il libro non dà una risposta a queste domande, nonostante sia proprio la narrazione che le suscita nel lettore, mano a mano che si procede nel racconto.
Personalmente preferisco credere che ci siano delle buone vie di mezzo che con intelligenza e voglia di fare, ma soprattutto di vivere!, si possono perseguire senza troppa disperazione.
Non è facile, non è scontato, spesso, anzi sempre, di rinuncia si tratta, ma si può fare.

In conclusione penso che questo sia un libro capace di darci uno sguardo diverso nei confronti della nostra generazione e della nostra epoca e che Sandro Frizziero abbia uno stile serio e ironico, allo stesso tempo paradossale e vero. Secondo me è un libro da leggere, non potrà lasciarvi indifferenti.

La citazione che ho amato

“Bisognerebbe premiare con una cerimonia pubblica chi ha il pudore di nascondere i propri sentimenti. Oggi si ostenta tutto, senza filtri, amore e disprezzo, passione e odio, e io stesso in queste righe non sto facendo esattamente lo stesso? Non sto forse producendo dati riguardanti l’intimità della mia mente un po’ come se volessi trasferire l’interno delle mie mutande in un file di testo? Muti bisognerebbe stare! Tenersi tutto dentro. Affogare con le proprie angosce e non rompere le palle a chi vuole stare tranquillo.”

TITOLO: Confessioni di un NEET
AUTORE: Sandro Frizziero
CASA EDITRICE: Fazi Editore
ANNO: 2018
PAGINE: 172
PREZZO: 15 €

GLI SDRAIATI – MICHELE SERRA

Forse sono di là, forse sono altrove. In genere dormono quando il resto del mondo è sveglio, e vegliano quando il resto del mondo sta dormendo. Sono gli sdraiati. I figli adolescenti, i figli già ragazzi. Michele Serra si inoltra in quel mondo misterioso. Non risparmia niente ai figli, niente ai padri. Racconta l’estraneità, i conflitti, le occasioni perdute, il montare dei sensi di colpa, il formicolare di un’ostilità che nessuna saggezza riesce a placare.
Fra burrasche psichiche, satira sociale, orgogliose impennate di relativismo etico, il racconto affonda nel mondo ignoto dei figli e in quello almeno altrettanto ignoto dei “dopopadri”. Gli sdraiati è un romanzo comico, di avventure, una storia di rabbia, amore e malinconia. Ed è anche un piccolo monumento a una generazione che si è allungata orizzontalmente nel mondo, e forse da quella posizione riesce a vedere cose che gli eretti non vedono più, non vedono ancora, hanno smesso di vedere.

Recensione

Scrivo questa recensione mentre al piano di sotto un gruppo di cinque bambini tra i quattro e i dieci anni urla e salta nel giardino, tuffandosi e rischiando la vita dentro ad una piscinetta di gomma appoggiata da qualche previdente genitore su un materasso matrimoniale ancora incellofanato.
Niente mi sembra peggio dell’invasività mista a gridolini trapana timpani che i “figli” possono rappresentare a quell’età. Eppure, nell’esilarante libro “Gli sdraiati”, Michele Serra mostra uno scenario altrettanto funesto. Adolescenti divano-dipendenti che si trascinano nel mondo ad orari invertiti con le mani occupate da una moltitudine di devicetecnologici e le capacità di espressione pari a quelle di un giovane studente Erasmus del Liechtenstein arrivato in Italia da tre giorni.
Ho ventisei anni, questo libro è del 2013. Mi ricordo quando è uscito. Mia madre lo leggeva dopo pranzo sganasciandosi come una matta in poltrona. Ho pensato di aspettare per leggerlo. Mi sembrava di essere ancora troppo “da quel lato lì”.
Ho fatto bene, perché, sono sicura, cinque anni fa l’avrei trovato offensivo e avrei probabilmente deciso di abbandonare la lettura a metà, rischiando di perdermi quello che, a mio parere, è uno dei più spassosi, illuminanti e intelligenti romanzi comici degli ultimi tempi. In poco più di un centinaio di pagine, Michele Serra (non ha bisogno di presentazioni, ma per chi non lo sapesse è uno scrittore, giornalista, sceneggiatore e poeta nato a Roma nel 1954 e cresciuto a Milano, che “ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere”) riesce a tracciare uno spaccato dell’adolescente medio nell’Italia del XXI secolo capace di far ridere a crepa pelle anche i miei nonni di ottant’anni che pensano che lo smartphonesia un asciugacapelli di ultima generazione.

Gli aspetti che più ho apprezzato in questo libro sono principalmente due: le descrizioni e la volontà, in mezzo a tanta comicità, di portare avanti un messaggio più sottile, carico di riflessioni e pensieri alternativi, capaci di andare ben oltre i limiti a cui un titolo, tendenzialmente negativo, come quello scelto dall’autore possono far pensare.
Dicevo, da una parte le descrizioni: persone, oggetti, ambienti, qualsiasi cosa. Michele Serra scrive da dio e questo, ovviamente, presuppone una capacità di espressione notevole e un ampio vocabolario. Ma non sono tanto le parole che ti lasciano a bocca aperta, quanto la sua maestria nel metterle insieme, vicine, una accanto all’altra fino a formare un sorprendente mosaico di lemmi in grado di restituire al lettore un concetto fatto e finito, esposto con una bravura che, personalmente, ritrovo in pochi autori.

Più di un posacenere, in giro per la casa, rigurgita di cicche. Spero solo non tue. Dalla piccola catasta è tracimata qualche unità ribelle, rotolata sul tavolo o caduta per terra. Scaglie di cenere ornano specialmente il divano, tuo habitat prediletto. Vivi sdraiato. Tranne che in cucina, dove domina il puzzo di rancido, la casa è impregnata del tanfo di sigaretta spenta, e perfino a me, che fumo, pare impossibile classificare quella cappa mortifera come il residuo di un piacere. Il tabagista più irrecuperabile dovrebbe venire qui un paio di volte alla settimana, respirare con quello che gli resta dei polmoni quest’aria combusta e melmosa. Si redimerebbe”.

Questa incredibile attitudine a trasporre su carta i pensieri con un’abilità invidiabile non è pero una novità. L’aspetto interessante del libro è ancora un altro. Tra una risata e l’altra emerge quello che, a mio parere, è il vero significato dell’opera di Serra. L’autore non sta cercando di dire che la nostra generazione è persa. Al contrario con questo testo, al di là dei commenti più o meno ironici che si trovano durante la narrazione, sembra (quanto meno a me) che Serra stia provando ad aprire un dialogo con noi.
A differenza di altri prima di lui, l’autore prova ad intercettare l’attenzione di questa generazione di giovani, così diversa da quella del passato, ma anche tremendamente più sfortunata per molti aspetti, costretta a vivere in un mondo complesso ed incerto, che sicuramente non rende semplice il compito ancestrale di crescere e diventare se stessi. Io trovo, insomma, che la sua sia a tutti gli effetti una critica, ma una critica ampiamente costruttiva, capace di darci utili suggerimenti per guardare avanti con fiducia, nella consapevolezza che ci sono, seppur non siano la maggior parte, alcuni “grandi” capaci di guardarci per quello che siamo, ognuno di noi nel suo piccolo e nella sua unicità, e non solamente per quello che, in quanto categoria, oggi rappresentiamo.

Personalmente è un libro che mi ha lasciato con tanti interrogativi: che giovani siamo? Noi, cresciuti con i tablet e la Smart Tv, figli di genitori che, chi più chi meno, ci hanno concesso il lusso di uscire a cena con le loro carte di credito (o semplicemente di uscire per fare un giro dopo le ventidue, non accompagnati dal fratello maggiore), devoti ad una dimensione che con un click è in grado di mostrarci realtà dove cocktail, jet privati e cambi d’abito ad ogni ora la fanno da padrone, che cosa desideriamo dal nostro futuro? Vogliamo cose? O sappiamo che in fondo quello che conta è altro? Abbiamo ancora l’idilliaco seppur fragile e nascosto desiderio di accontentarci di una ventata di aria fresca sopra un’altura dopo una cammina fatta all’alba? Oppure la necessità di far vedere in tempo reale che abbiamo percorso 10 km in salita ci distrae e non ci consente di godere il momento?

Sono stata una adolescente sdraiata, nonostante i bei voti e i grandi progetti nelle mia testa. Ho fumato senza aspirare (ricordo ancora il sapore di caramelle Goleador alla cola miste a fumo nelle ore di matematica subito dopo l’intervallo), ballato fino alle prime ore del mattino indossando vestiti troppo attillati che mi facevano sentire inadeguata oltre che identica a tutte le ragazze che erano state da Zara con i saldi quello stesso week end e ho portato in giro il mio corpo stanco solo perché non volevo essere la prima ad andare a casa. Qualche volta sono andata impreparata a fare la verifica di chimica, ho detto che dormivo da un’amica per vedere un film e invece ho passeggiato per parco Sempione fino alle due. Guardavo la De Filippi mangiando pizza surgelata Esselunga sul divano se nessuno tornava per pranzo. Ho fatto delle cazzate. E adesso che le distinguo chiaramente, le vedo per quello che sono state, mi rendo conto della meraviglia che questo piccolo grande libro può rappresentare per chiunque lo legga.
È un racconto del passato, una storia che si ripete ciclicamente, una specie di libello che mette chiaramente a nudo la linea di passaggio da una parte all’altra.
Personalmente non mi sento più parte del gruppo degli sdraiati, i soggetti del libro, ma nemmeno posso dire di avere già i problemi e i pensieri di quelli dall’altra parte, i padri. Sono in mezzo. E forse, proprio per questo posso permettermi il lusso di ridere così tanto, senza eccessive riflessioni, di fronte a questo quadro tragi-comico che racconta la storia di oggi, la nostra storia.
Che siate da una parte, dall’altra, o magari, come me, in mezzo, credo che questo libro valga davvero la pena di essere letto e ve lo consiglio assolutamente!

La citazione che ho amato

“Penso a come è stato facile amarti da piccolo. A quanto è difficile continuare a farlo ora che le nostre stature sono appaiate, la tua voce somiglia alla mia e dunque reclama gli stessi toni e volumi, gli ingombri dei corpi sono gli stessi. L’amore naturale che si porta ai figli bambini non è un merito. Non richiede capacità che non siano istintive. Anche un idiota o un cinico ne è capace. […]
È anni dopo, è quando tuo figlio (l’angelo inetto che ti faceva sentire dio perché lo nutrivi e lo proteggevi: e ti piaceva crederti potente e buono) si trasforma in uno come te, è allora che amarlo richiede le virtù che contano. La pazienza, la forza d’animo, l’autorevolezza, la severità, la generosità, l’esemplarità…troppe, troppe virtù per chi nel frattempo cerca di continuare a vivere”.

TITOLO: Gli sdraiati
AUTORE: Michele Serra
CASA EDITRICE: Feltrinelli
ANNO: 2013
PAGINE: 108
PREZZO: 12 €

L’EDUCAZIONE – TARA WESTOVER

Tara, la sorella e il fratello sono nati in una famiglia di mormoni anarco-survivalisti delle montagne dell’Idaho. Non sono stati registrati all’anagrafe, non sono mai andati a scuola, non hanno mai visto un dottore. Sono cresciuti senza libri, senza sapere cosa succede all’esterno o cosa sia successo in passato. Fin da piccolissimi hanno aiutato i genitori nei loro lavori: d’estate, stufare le erbe per la madre ostetrica e guaritrice; d’inverno, lavorare nella discarica del padre, per recuperare metalli. Fino a diciassette anni Tara non ha idea di cosa sia l’Olocausto o l’attacco alle Torri gemelle. Con la sua famiglia, si prepara alla prossima fine del mondo, accumulando lattine di pesche sciroppate e dormendo con il sacco d’emergenza sempre a portata di mano. Il clima in casa è spesso pesante. Il padre è un uomo dostoevskiano, carismatico quanto folle e incosciente, fino a diventare pericoloso. Il fratello è chiaramente disturbato e diventa violento con le sorelle. La madre cerca di aiutarla ma rimane fedele alle sue credenze e alla sottomissione femminile prescritta. Poi Tara fa una scoperta: l’educazione. La possibilità di emanciparsi, di vivere una vita diversa, di diventare una persona diversa. Una rivelazione. Il racconto di una lotta per l’auto-invenzione. Una storia di feroci lealtà famigliari e del dispiacere che viene nel recidere i legami più stretti. Tara Westover dimostra una capacità di penetrazione che distingue i grandi scrittori. Ha creato una storia universale di formazione che mira al cuore di ciò che l’educazione ha da offrire: la prospettiva di vedere la propria vita con occhi nuovi e la volontà di cambiarla.

Recensione

Tara Westover è nata nel 1986 in Idaho, Stati Uniti. Dopo una laurea alla Brigham Young University è stata borsista all’Università di Cambridge dove ha conseguito il suo phd in Storia. Fino a qui tutto bene.
Quello che bisogna aggiungere però, a questa sintetica e brillante biografia, è che Tara non ha avuto quell’infanzia mediamente normale che ci si può aspettare da una trentaduenne con le caratteristiche e i successi scolastici sopra elencati.
Quinta figlia all’interno di una numerosissima famiglia mormona, Tara cresce sulle montagne dell’Idaho. Non frequenta la scuola, non guarda la televisione, non ha mai visto un dottore e riceve il suo certificato di nascita solo dopo anni e con immense difficoltà (perché nessuno dei suoi genitori ricorda esattamente l’anno della sua nascita).
Nel tempo libero aiuta il padre a cercare rottami da rivendere nella discarica dietro casa o realizza sottospecie di pozioni cuocendo erbe e piante medicamentose. Le stesse con cui, a casa sua, curano tutto, dai mal di pancia, alle emicrania, fino ad arrivare alle ustioni e ai postumi di un incidente stradale.
Sembra un mondo parallelo. Mentre leggevo, seduta al fresco del balcone, nella mia camera di, ancora per poco, giovane studentessa/lavoratrice amata, coccolata e protetta dalla sua famiglia, mi sono sentita catapultata in una realtà aliena e allucinante, nella quale tutte le certezze e le normalità a cui, da sempre, sono stata abituata, vengono messe in discussione.
Il problema è proprio questo. Non è che sembra, ma è un mondo parallelo. Tara non è una brillante dottoranda (ormai dottoressa) che nel tempo libero ha scritto uno splendido e toccante romanzo. Tara è la protagonista del suo libro, il quale racconta, per filo e per segno, quello che realmente è successo. Non nell’800. Non in un paese del terzo mondo. Ma negli anni duemila ad una donna che ha qualche anno più di me.
Dico queste cose perché, ogni tanto, mentre procedevo con la lettura avevo bisogno di ricordarmi tutto questo, perché molte, moltissime delle cose che ho letto, non mi sembravano vere.

Nella prima parte del libro Tara racconta, con una modalità simile a quella di un cronista, la storia della sua vita all’interno della sua famiglia. Il rapporto con e tra i suoi genitori, il ruolo e i tentativi dei nonni di inserirsi, quanto meno marginalmente, nell’educazione dei nipoti, qualcosa riguardo ai suoi fratelli ed una serie di aneddoti disparati relativi ad argomenti vari, con un’accuratezza della quale a volte, evidenzia lei stessa, non è sicurissima.
Mi sono immaginata come possa sentirsi una persona che rivive a freddo, davanti ad un pezzo di carta o ad un pc, la storia della sua vita, il proprio doloroso passato che non è remoto nemmeno per sbaglio, ma è vicino e per molti versi ancora aperto, quanta confusione e spaesamento possa trovarsi a vivere. Penso tanto. Ed è qui che ho capito la prima, banale ma non scontata, cosa che riguarda Tara: è una persona coraggiosa. Ma non solo perché dall’età di cinque anni non ha avuto paura di ravanare tra i rottami tagliuzzandosi le gambe e rischiando il tetano come se fosse una cosa normale. E nemmeno perché è riuscita a tollerare le angherie di un padre bipolare e di un fratello altrettanto problematico senza mai ribellarsi.
Ma perché per guardare da fuori la propria storia e parlarne con altri bisogna essere persone speciali.

E tutto l’essere speciale di Tara emerge a pieno nella seconda parte del romanzo, quando, dopo aver raccontato la sua vita prima, l’autrice passa a parlare del dopo. Quel dopo che si realizza nel momento in cui Tara capisce che, giù dalla montagna sulla quale è confinata c’è altro. Ci sono numeri, formule, nozioni, poesie. Ci sono libri da leggere e storie che non conosce. Oltre i deliri complottisti di suo papà e le pozioni di sua mamma c’è il mondo.
Tara fa fatica ad entrarci. Non solo perché la sua famiglia la ostacola, seppur in maniera indiretta, attraverso una serie di azioni che hanno un peso psicologico sulle sue scelte. Ma anche perché, lei stessa, non ha la consapevolezza, non avendo mai avuto termini di paragone, di quello che sa e che può fare.
Anche in questa storia, come in tante altre prima, ci sono delle figure esterne che cercano di aiutare, c’è un prete che offre sostegno materiale, un insegnante che consiglia, figure che riescono a supportarla nell’intento di portare a termine il percorso. Un percorso che Tara fa fatica a sentire come suo, e che spesso prova a mettere in dubbio, per paura.

Il coraggio di Tara per me è questo. Capire che qualcosa non funziona, non va bene o semplicemente non fa per noi e metterlo in discussione, anche se ci arriva dalla nostra famiglia, dal posto in cui siamo nati, da chi ci ha cresciuto e ci ha dato la vita. Provare per anni ad accettare di essere diversi, e poi lottare contro il senso di colpa che si prova, cercando disperatamente delle giustificazioni per sentirsi a posto. Fino al giorno in cui, finalmente, capisci che è giusto quello che hai scelto, perché dall’altra parte, semplicemente, ci sono cose che non ti possono appartenere. La frattura, di cui Tara racconta, che avviene ad un certo punto, è il segno tangibile del suo cambiamento, avvenuto sì per una sua precisa indole che da quando aveva sedici anni le faceva sembrare tante cose strane, ma, come è lei stessa ad ammettere sul finale, senza l’educazione, così importante da essere il titolo di questo racconto autobiografico, come avrebbe fatto Tara a trovare la base di appoggio per il suo cambiamento? È l’educazione, l’istruzione, la conoscenza il potente motore che guida questa giovane verso la totale consapevolezza che per continuare deve necessariamente tagliare con tutto quello che ha sempre chiamato casa.

E allora questa è una storia di distacco ed emancipazione, come ce ne sono tante, certo, ma che ha in più la caratteristica di essere assurdamente attuale. Io da piccola e semplice lettrice nata all’inizio degli anni novanta, ho deciso di leggere questo romanzo perché il pensiero che una mia quasi coetanea, in un paese degli Stati Uniti d’America possa aver avuto una vita così diversa dalla mia, non mi vergogno a dirlo, mi ha in parte sconvolto. Genitori che non sanno la tua data di nascita, fratelli minorenni che lavorano in discarica, gravi ferite curate con la lavanda, sono tutti elementi che di primo impatto mi fanno pensare a qualcosa di lontano. Qualcosa ambientato in un secolo passato o, per lo meno, in un paese lontano dove non esiste tecnologia e progresso. E con queste parole non voglio dire che sia meno grave quando accade in contesti di questo tipo, ma semplicemente che non ti immagini, se ti imbatti in una professoressa universitaria trentenne che possa essere arrivata lì partendo da una discarica incrostata.

Il racconto di Tara, attraverso una narrazione scorrevole ed una scrittura ben equilibrata, mi ha regalato l’emozione di incontrare una storia assurda dei nostri giorni, aiutandomi a ricordare che niente è scontato, che c’è un valore intrinseco nel privilegio di leggere, scrivere, studiare che spesso dimentichiamo e che è invece gran parte, se non il fondamento di quello che siamo.

La citazione che ho amato

“Non avrei saputo esprimere queste cose, non mentre sudavo dentro la ruspa in quei pomeriggi cocenti. Non avevo la capacità di linguaggio che ho adesso. Ma capii una cosa: che se mi avevano chiamato Negra un miliardo di volte e avevo riso, adesso non potevo più ridere. La parola e il modo in cui Shawn la usava non erano cambiati; solo le mie orecchie erano diverse. Non sentivano uno scherzo. Quello che sentivano era un avvertimento, un richiamo che veniva da lontano, e che riceveva una risposta sempre più convinta: non avrei mai più accettato di essere un soldato in una guerra che non capivo”.

TITOLO: L’educazione
AUTORE: Tara Westover
TRADUZIONE: Silvia Rota Sperti
CASA EDITRICE: Feltrinelli
ANNO: 2018
PAGINE: 371
PREZZO: 18 €

LE TARTARUGHE TORNANO SEMPRE – ENZO GIANMARIA NAPOLILLO

Salvatore è nato quando in pochi conoscevano il nome della sua isola: un luogo di frontiera posto alla fine del mondo, con il mare blu e la terra arsa dal sole. È cresciuto sulle barche, vicino alle cassette di alici, con lo sguardo nell’azzurro, sopra e intorno a lui. Forse è lì che tutto è cominciato, tra ghirigori nell’acqua e soffi nel vento. Di sicuro è lì che ha conosciuto Giulia, anche se lei vive a Milano con i genitori emigrati per inseguire lavoro e successo. Da sempre Giulia e Salvatore aspettano l’estate per rivedersi: mani che si intrecciano e non vogliono lasciarsi, sussurri e promesse. Poi, d’inverno, tante lettere in una busta rosa per non sentirsi soli. Finché, una mattina, nell’estate in cui tutto cambierà, Giulia e Salvatore scoprono il corpo di un ragazzino che rotola sul bagnasciuga come una marionetta e tanti altri cadaveri nell’acqua, affogati per scappare dalla fame, dalla violenza, dalla guerra. Gli sbarchi dei migranti cominciano e non smettono più. L’isola muta volto, i turisti se ne vanno, gli abitanti aiutano come possono. Quando Giulia torna a Milano, il filo che la lega a Salvatore si allenta. La vita non è più solo attesa dell’estate e amore sincero, corse in spiaggia e lanterne di carta lanciate nel vento. La vita è anche uno schiaffo, un risveglio, la presa di coscienza che al mondo esistono dolore e differenze. Una scoperta che travolge i due ragazzi e che darà valore a tutte le loro scelte, alla loro distanza e alla loro vicinanza. Giulia e Salvatore ora ne sono sicuri. L’isola è di chi rimane e di chi arriva. Non di chi se ne va. Non di chi dimentica.

Recensione

Le tartarughe tornano sempre è il secondo romanzo di Enzo Gianmaria Napolillo, autore poco più che quarantenne, che ha esordito nel 2009 con Remo Contro.
Di lui si dice: “Vive tra Como e Milano, ma sogna di stare su un’isola del Mediterraneo”.
Al di là dell’amore per il mare, per quanto mi riguarda questo libro ha vinto il premio copertina dell’anno. Non mi vergogno a dire che, proprio quest’ultima, ha giocato un buon 50% nella mia decisione di acquistarlo. Tra l’altro si tratta di uno dei titoli che rientrano attualmente nella promozione della Feltrinelli 2 libri a 9.90 euro. Inutile dire che come l’ho visto era già nel carrello.

La cosa che mi aspettavo meno, però, è che la bellezza della copertina fosse direttamente proporzionale alla meraviglia dei contenuti. Stiamo parlando infatti di un piccolo gioiellino, capace di condensare in poche pagine, una quantità piuttosto corposa di temi, trattati con la delicatezza e la poesia proprie di chi sa bene come maneggiare con cura qualsiasi argomento.
Forse si potrebbe paragonare questo romanzo ad un quadro. Per me, però, è stato soprattutto un modo per fare due cose in parallelo. Da una parte mi è sembrato di rivivere sensazioni che personalmente conosco bene. L’amore estivo, la distanza, le lettere, la trepidazione di quei viaggi che aspetti tutto l’anno e la consapevolezza, che provi a reprimere, dell’inconciliabilità di quel tanto-tutto che è sempre irrimediabilmente troppo grande per te.
Dall’altra, in giorni come questi, con una situazione politica e sociale come quella che sta affrontando l’Italia, avere tra le mani un libro che parla di migrazioni ed isole è stato un elemento importante, capace di riportare la mia attenzione alla sostanza.
Cosa succede, infatti, quando si è obbligati ad abbandonare tutto, quando si scappa e, senza sapere niente, ci si aggrappa alla prima cosa che c’è solo per non sprofondare nell’abisso?
Scegliere di restare è la soluzione, o per lo meno il modo che Salvatore trova (una modalità scelta e mollata a più riprese nel tempo e alla fine definitivamente acquisita), per dare una sua personale risposta a tutte queste domande.

Un altro elemento che ho ritenuto interessante è il fatto che, al centro del libro, ci sia il sentimento, l’entità, la dimensione (o qualsiasi altro termine con cui si possa pensare di chiamarlo) dell’amore, che permane per tutto il tempo della narrazione senza dare alcun tipo di melenso fastidio.
È un aspetto che rimane sotteso, nascosto dietro agli eventi concreti, continuando, però, ad esistere. Esiste nella relazione tortuosa tra Giulia e Salvatore, nel rapporto di quest’ultimo con la sua famiglia e in particolare con il padre, nel legame con la sua isola. Amore che lega in fondo, anche se con modalità diverse da quelle canoniche, il protagonista maschile ad Alida, che nella mia mente ha rappresentato fin da subito un angelo custode.
Il ritorno di Giulia e la sua successiva partenza con l’idea, però, che finalmente il loro momento sia arrivato, rappresenta infine l’amore per quello che realmente dovrebbe essere: la libertà di separarsi continuando ad appartenersi, una prerogativa che, tra le altre cose, non riguarda solo le relazioni umane, ma anche quelle tra un uomo e la sua terra.
E forse, allora, potrebbe essere proprio questo lo scopo dell’esistenza dell’uomo.
Non importa quanto ci vuole, se sul cammino ci sono ostacoli che possono fermarci o allontanarci, tornare ai luoghi e alle persone che ci appartengono, capire quello che vogliamo, comprendere cosa ci rende noi stessi è l’unica cosa che conta davvero e che può renderci soddisfatti dei nostri giorni.
Sembra eccessivo definire come un moderno nostos questo 
libriccino da duecento pagine, ma io l’ho trovato potente e intenso come pochi altri.

Non vado avanti perché qualsiasi parola sarebbe superflua.
Questo è un romanzo da leggere.
Se avete voglia di trascorrere una giornata diversa, in compagnia di una bella storia, capace di essere seria e fresca allo stesso tempo, credo che Le tartarughe tornano sempre faccia proprio al caso vostro! 

La citazione che ho amato

“Poi, una mattina, Giulia e Salvatore scoprono il mondo che sta dall’altra parte. Il forte risveglio che li esclude dall’adolescenza e li catapulta nella maturità che solo dolore e conoscenza possono portare.  Un confine fisico che separa pensieri circolari legati a loro stessi, al percepire di esserci e un momento dopo non esserci più. Non è facile riconoscere la nascita di una crepa, che sottile incide un muro e poco alla volta lo divide”.

TITOLO: Le tartarughe tornano sempre
AUTORE: Enzo Gianmaria Napolillo
CASA EDITRICE: Feltrinelli
ANNO: 2015
PAGINE: 213
PREZZO:  9 €

 

 

 

ELEANOR OLIPHANT STA BENISSIMO – GAIL HONEYMAN

Mi chiamo Eleanor Oliphant e sto bene, anzi: benissimo. Non bado agli altri. So che spesso mi fissano, sussurrano, girano la testa quando passo. Forse è perché io dico sempre quello che penso. Ma io sorrido, perché sto bene così. Ho quasi trent’anni e da nove lavoro nello stesso ufficio. In pausa pranzo faccio le parole crociate, la mia passione. Poi torno alla mia scrivania e mi prendo cura di Polly, la mia piantina: lei ha bisogno di me, e io non ho bisogno di nient’altro. Perché da sola sto bene. Solo il mercoledì mi inquieta, perché è il giorno in cui arriva la telefonata dalla prigione. Da mia madre. Dopo, quando chiudo la chiamata, mi accorgo di sfiorare la cicatrice che ho sul volto e ogni cosa mi sembra diversa. Ma non dura molto, perché io non lo permetto. E se me lo chiedete, infatti, io sto bene. Anzi, benissimo. O così credevo, fino a oggi. Perché oggi è successa una cosa nuova. Qualcuno mi ha rivolto un gesto gentile. Il primo della mia vita. E questo ha cambiato ogni cosa. D’improvviso, ho scoperto che il mondo segue delle regole che non conosco. Che gli altri non hanno le mie stesse paure, e non cercano a ogni istante di dimenticare il passato. Forse il «tutto» che credevo di avere è precisamente tutto ciò che mi manca. E forse è ora di imparare davvero a stare bene. 

Recensione

Eleanor Oliphant sta benissimo è l’esordio narrativo, edito in Italia da Garzanti, di Gail Honeyman, autrice scozzese che, come recita l’aletta posteriore, fin dai tempi della scuola ha considerato la scrittura un sogno, oltre che un’attitudine.
Dalle sue fatiche letterarie è uscito questo romanzo 338 pagine, 17,90 euro.

Che dire. Mi è piaciuto. A tratti molto, a tratti meno. Però lo considero un romanzo da leggere.
C’è qualcosa di magicamente nuovo nel modo di scrivere della Honeyman e nel personaggio di Eleanor. Non sai cosa aspettarti perché, di fatto, questa storia è diversa da tutte quelle che sono venute prima. Non ho riscontri di letture passate che si avvicinino, nemmeno per sbaglio, a quello che ho trovato in questo libro. I temi sì, quelli sono ricorrenti e già visti. C’è il dramma, la solitudine, la difficoltà di inserirsi nei contesti sociali, la passività di una vita che scorre piatta, la paura di lasciarsi andare, il dolore del passato che torna. Ma il modo in cui la penna dell’autrice taglia, letteralmente la carta, ficcandosi nella mente del lettore e instillando in esso una curiosità fuori dal comune, è qualcosa di diverso, di innovativo, qualcosa che ti spinge a non mollare il libro finché non l’hai finito.

Eleanor è, o meglio sembra, ad una prima apparenza, una grandissima stronza. Acida come poche, noiosa e fuori luogo, ti fa venire voglia di prenderla a ceffoni e domandarle se ci è o ci fa. A questo si aggiunge il fatto che, in tutta la prima parte del libro, permane in sottofondo il pensiero di un passato funesto di cui, però, poco o niente viene rivelato. E quindi via libera a curiosità e domande, ma anche ad un senso di impazienza che mi ha attanagliato quasi da subito.

In realtà, quando cominci a conoscerla meglio, Eleanor si mostra per quella che è. Una giovane impiegata amministrativa, che fa anche abbastanza ridere. Non ha idea di cosa sia una manicure, non ricorda di aver mai messo una scarpa che non abbia i pratici quanto infantili strap, non è capace di rivolgersi a qualcuno in maniera normale e non riesce a tarare i suoi comportamenti in ambito socio-relazionale in modo adeguato, ma sa perfettamente che nei semi di zucca si trova lo zinco.
Eleanor fa ragionamenti che appaiono sensati e tutto sommato normali soltanto quando riflette tra sé e sé, mentre, quando c’è da parlare ad alta voce, tiene assurde elucubrazioni così dannatamente precise da risultare fastidiose, lasciando i suoi interlocutori spiazzati ed attoniti.
Tra tutti solo uno, un giovane collega di nome Raymond, riuscirà a fermarsi ad ascoltarla, quel tanto che basta per lasciarle intravedere un mondo, quello reale che esiste fuori dalla sua casa e lontano dalla sua mamma, capace di metterla, finalmente, per la prima volta, davanti alla vita.

Insomma si potrebbe dire, e man mano che il racconto procede questo emerge in maniera sempre più evidente, che la stravagante Eleanor sia tanto geniale quanto stramba ma, in fondo, questa dolce e brillante ragazza non è poi così diversa da ognuno di noi.
Ci accomuna il fatto che tutto ciò che le accade quotidianamente non è diverso da quello che un qualsiasi uomo o donna del ventunesimo secolo, in una qualsiasi città industrializzata, all’epoca di internet e degli aperitivi aziendali, di Amazon e degli smalti semipermanenti, si trova a vivere.

Andando verso la conclusione della mia lettura ho cominciato a ridere, di gusto, ogni volta che la protagonista si metteva a dire una delle sue stramberie. Finalmente, ho iniziato ad assaporare il senso di questa storia, ad abbracciare il personaggio, a capirlo meglio, a comprendere la sua natura.
E così, solo verso le ultime pagine, ho colto appieno il significato della storia di Eleanor, ho fatto mia la sua sofferenza, ho appreso il suo immenso spirito di sopravvivenza, la sua capacità di adattarsi agli ambienti ostili, ma più di tutto ho ammirato la sua immensa forza nel portare avanti la speranza. È la speranza, non ( o almeno non solamente) intesa come quell’euforica competenza che ci porta a superare gli ostacoli con il sorriso, ma come quella sottile e silenziosa potenza che risiede in ognuno di noi, l’elemento che a parer mio fa la differenza, nel determinare l’evoluzione, il cambiamento e, di fatto, la vita di questo personaggio.

In questo modo tra una risata e una lacrima, tra un inizio incerto e uno sfogliare sempre più frenetico sono arrivata alla fine di questa lettura non senza una punta di dispiacere al pensiero di averla conclusa.
Quello che potrebbe essere un contorto elenco di fobie miste ad una storia qualunque si trasforma in un brillante, avvincente, ironico e inaspettato racconto di vita, dove ogni piccolo pezzo, all’apparenza isolato e sconnesso, trova il proprio posto, in una narrazione fluida e di grande impatto.

Se ve lo state chiedendo, sì, ve lo consiglio!

La citazione che ho amato

“Detto questo a volte mi chiedo come sarebbe avere qualcuno – un cugino, per esempio, o un fratello – da andare a trovare nei momenti di necessità, o con cui semplicemente passare del tempo, senza programmare nulla prima. Qualcuno che ti conosce, che tiene a te, che vuole il meglio per te. Purtroppo una pianta domestica, per quanto attraente e robusta, non soddisfa queste aspettative. Comunque era inutile formulare ipotesi. Non avevo nessuno ed era insensato desiderare che fosse altrimenti. Dopo tutto non era più di ciò che meritavo. E fin dei conti stavo bene, bene, bene”.

TITOLO: Eleanor Oliphant sta benissimo
AUTORE: Gail Honeyman
TRADUZIONE: Stefano Beretta
CASA EDITRICE: Garzanti
ANNO: 2018
PAGINE: 338
PREZZO:  17,90 €

UNA VITA COME TANTE – HANYA YANAGIHARA

In una New York fervida e sontuosa vivono quattro ragazzi, ex compagni di college, che da sempre sono stati vicini l’uno all’altro. Si sono trasferiti nella metropoli da una cittadina del New England, e all’inizio sono sostenuti solo dalla loro amicizia e dall’ambizione. Willem, dall’animo gentile, vuole fare l’attore. JB, scaltro e a volte crudele, insegue un accesso al mondo dell’arte. Malcolm è un architetto frustrato in uno studio prestigioso. Jude, avvocato brillante e di enigmatica riservatezza, è il loro centro di gravità.
Nei suoi riguardi l’affetto e la solidarietà prendono una piega differente, per lui i ragazzi hanno una cura particolare, una sensibilità speciale e tormentata, perché la sua vita sempre oscilla tra la luce del riscatto e il baratro dell’autodistruzione. Intorno a Jude, al suo passato, alla sua lotta per conquistarsi un futuro, si plasmano campi di forze e tensioni, lealtà e tradimenti, sogni e disperazione. E la sua storia diventa una disamina, magnifica e perturbante, della crudeltà umana e del potere taumaturgico dell’amicizia.

La pagina 1091 di Una vita come tante mi ha ricordato la fine di un viaggio. Forse sarebbe più corretto dire di una vacanza. Di quelle che facevo da bambina, ad agosto, quando il papà aveva le ferie. Quelle giornate lontane da tutte le preoccupazioni sembravano infinite, ma se guardavi i giorni sul calendario ti rendevi conto che spesso erano una settimana o al massimo dieci giorni scarsi. Eppure in quel tempo dilatato fuori dall’ordinario, succedeva sempre qualcosa di magico.
Di quei viaggi, ricordo poco, se non la sensazione generale che provavo al momento dell’arrivo. Atterraggi di aerei, approdi di navi. Ritorni a casa. E sentirsi diversi da quando si è partiti.
Chiudere questo volume blu mi ha fatto provare le stesse sensazioni.

Breve excursus (piccoli commenti personali, che potrebbero rallentare un po’ la vostra permanenza su questa pagina. Se non siete tipi da cose lunghe e amate la sintesi andate diretti alla voce successiva)

L’incontro con questo libro è avvenuto in maniera del tutto casuale. Una domenica di fine aprile ho deciso, dopo un po’ di tempo che non andavo, di fare un giro alla Feltrinelli, un luogo che amo, uno dei pochi posti della mia città dove riesco sempre a ritagliarmi il mio spazio e a fluttuare tra gli scaffali ordinati, con la sensazione che non mi basterebbe una vita intera per scoprire a fondo i tesori che nascondono. Quella libreria mi consente di regalarmi del tempo prezioso e io le sono grata tutte le volte che esco con il mio sacchetto di carta marrone e il sorriso di chi vuole sole correre a casa per iniziare a leggere.
Dicevo quindi, giravo come un’anima felice, avida di trame da scoprire, quando mi sono imbattuta in questo mattoncino sobrio e bellissimo.
L’autrice, Hanya Yanagihara, statunitense di origini hawaiane, l’avevo già sentita, ma non mi ero mai fermata più di tanto ad approfondire che cosa avesse scritto. C’è da dire che la casa editrice da sola poteva bastare a farmi propendere per un sì nei confronti della spesa dei ventidue euro necessari all’acquisto di questo romanzo, senza quasi dovermi soffermare a leggere la trama: l’inconfondibile copertina blu di Sellerio difficilmente delude.
Ma devo ammettere che la spinta finale è arrivata da un signore, che vedendomi accarezzare da più di mezz’ora il tomo, trasportarlo avanti e indietro per la libreria e bistrattarlo mentre cercavo qualcosa di più maneggevole e più economico con cui sostituire il mio futuro acquisto (purtroppo l’indecisione regna sempre sovrana in questi momenti), ha deciso di darmi una mano nella scelta dicendomi: “È bellissimo. Se riesci a resistere per le prime duecento pagine poi non potrai più smettere di leggerlo!”.
Penso bastino le poche parole di quel gentile signore per dare un giudizio su questo libro. È esattamente così che è andata anche per me.

Recensione

Una vita come tante è un libro che, un po’ come si fa con la vecchia zia che scopri solo qualche minuto prima verrà a cena a casa tua quella sera, si accoglie con una sensazione di contentezza leggermente forzata, della serie un po’ mi fa piacere, ma un po’ lo devo fare (e in questo caso lo DEVO fare perché sti cazzi voglio finirle ste mille pagine).
E così, come alla fine di quel genere di cene ti lanci al collo della zia ricordandoti quanto è speciale e invidiandole irrimediabilmente il fatto di essere nata negli anni trenta, contentissima di aver passato tre ore a sentire i suoi racconti, allo stesso modo ho chiuso questo libro, con una sensazione di contentezza e la convinzione che non avrei potuto dedicare a niente di meglio le ore passate a leggerlo.
Lasciando da parte tutti i miei preamboli (come sempre mi perdo nei dettagli, ma è la mia prima recensione e deve prendere un po’ le misure) e andando un po’ più nel merito del giudizio sul libro, posso dire di averlo trovato splendido. Ho ammirato la bravura dell’autrice nel portare avanti per più di mille pagine un racconto che, senza una capacità narrativa di un certo livello, sarebbe potuto cadere in qualsiasi momento nello scontato. Ho amato molto i personaggi, magistralmente delineati per racchiudere, tutti e quattro a loro modo, positività e negatività dell’animo umano, propendendo forse di più verso la seconda di queste categorie. Li ho trovati reali e concreti, veri nel loro essere semplicemente uomini.
Il libro prende a mio parere il via superata la parte iniziale, necessaria per contestualizzare la storia e per raccontare le caratteristiche dei quattro personaggi, ma forse un po’ lunga e dispersiva; ammetto che in questa fase mi sono persa e più di una volta ho pensato di abbandonare l’impresa. Memore delle parole dell’ormai famoso signore però, non ho mollato e superate queste prime difficoltà mi sono ritrovata nel vivo del romanzo. Ad un certo punto, infatti, l’autrice punta l’obiettivo su Jude, che diventa inaspettatamente il protagonista, mentre tutti gli altri personaggi passano in secondo piano, per poi tornare di tanto in tanto a far parlare di loro in maniera più o meno consistente. Una vita come tante infatti, così come il titolo riporta, è appunto la storia di una vita, e proprio come tale ci viene raccontata, partendo dagli anni del college del protagonista per finire con gli ultimi giorni della sua vita. Esiste un ordine cronologico che la narrazione segue in maniera piuttosto sistematica, interrotto spesso da piccoli flash back, che consentono al lettore di poter comporre mentalmente il puzzle relativo all’esistenza di Jude, con dei pezzi che solo verso la fine della seconda metà del libro potranno essere ricomposti.
L’ultima parte del romanzo, lascia da parte il passato e si concentra solo sul presente e sulla  situazione che il protagonista vive in quel momento, chiudendosi con un ultimo inaspettato colpo di scena.

Gli aspetti che mi hanno colpito di questo libro di Hanya Yanagihara sono stati soprattutto due.
Il primo è che questa lettura mi ha fortemente ricordato come il concetto di amore, non so bene perché troppo spesso nella mia mente legato solo agli aspetti sentimentali della relazione di coppia in quanto tale, possa essere invece sempre inteso in maniera universale come una forma di energia positiva in grado di sviluppare legami saldi e importanti tra esseri umani. Questo libro è pervaso da unioni di questo tipo, e nonostante abbia come temi principali il dolore e la sofferenza, che restano sullo sfondo per tutta la narrazione, trovo che la dimensione dell’amore e dell’affetto, della disponibilità e del voler bene in modo gratuito siano preponderanti in quasi tutti i personaggi, per lo meno in quelli “buoni”, che sono tra l’altro la maggior parte. Ed è questa la cosa meravigliosa di questo romanzo, che come già detto ha un’altissima concentrazione di vicende tragiche al suo interno, la capacità di far emergere sopra tante atrocità, la bellezza e la bontà dei propri personaggi e la loro voglia di relazioni autentiche, assolutamente umane. Non solo, ma in un testo che ha come tema centrale il dolore, il fatto che ci sia una quasi totalità di personaggi dai sentimenti nobili, e solo una piccola percentuale di malvagi che hanno causato il dolore di cui sopra, lascia affascinati.
Parlare di atrocità mi fa approdare al secondo punto che mi ha colpita in questo testo.
Il protagonista, Jude, è una persona intelligente, colta, sensibile, attenta. Nel corso della sua vita raggiunge successo in moltissimi campi: è uno studente brillante, un professionista stimato, un amico fidato, un uomo a cui tutti vogliono bene e di cui è quasi impossibile non desiderare di prendersi cura. Eppure, nonostante tutto il bene da cui è circondato, quello che l’ha segnato è più forte del resto e non gli consente di avere una vita normale e di superare le barriere, non solo fisiche, che lo circondano. La sensazione che mi ha accompagnato per tutto il corso della lettura di questo romanzo è che il protagonista abbia molto vicino, a pochi centimetri da lui, la possibilità di vivere, finalmente, un’esistenza felice, lontana da dolore e dall’autolesionismo, aperta all’altro e alla fiducia verso di esso. Ma fino alla fine, nonostante sembri sempre che questo possa accadere da un momento all’altro, non succede mai. A Jude sono precluse certe cose, il suo dolore è così grande e la sua esistenza così segnata che per lui non c’è la possibilità di vivere le cose semplici della quotidianità, come per ognuno di noi. La sua fatica nell’accettare l’amore, la sua paura perenne di non essere all’altezza di niente, fa sentire il lettore inerme di fronte al male che certe persone sono costrette a subire e impotente davanti all’impossibilità che, alcune volte, si ha di guarirlo.

Una vita come tante è un titolo buffo, perché la vita di Jude è esattamente l’opposto di una vita qualunque. È una vita terribile, complessa, cruenta. Ma anche una vita piena e unica. E con questo mix di emozioni nel cuore e la sensazione definitiva che a volte, semplicemente, alcuni mali non si possono curare, ho chiuso questo libro sentendomi diversa, più ricca e con tanti nuovi pensieri in testa.

La citazione che ho amato

“Durante i suoi vent’anni c’erano stati periodi in cui guardava i suoi amici e provava una gioia così pura, così profonda da fargli desiderare che il mondo si fermasse, che nessuno di loro dovesse andare oltre quell’istante in cui tutto era in equilibrio e il suo affetto per loro era assoluto. Ma ovviamente non era possibile: un secondo dopotutto si sarebbe trasformato, e quell’istante sarebbe silenziosamente svanito.
Sarebbe stato troppo melodrammatico, troppo estremo affermare che da quel momento in poi JB aveva perso per sempre qualunque credito, ai suoi occhi. Ma era innegabile che, finalmente, stava iniziando a rendersi conto che un giorno le persone di cui aveva imparato a fidarsi avrebbero potuto tradirlo; che, per quanto fosse triste ammetterlo, non poteva farci niente e che la vita avrebbe continuato a spronarlo, perché per ogni persona che un domani lo avrebbe deluso ce n’era almeno un’altra  che non l’avrebbe mai fatto”.

TITOLO: Una vita come tante
AUTORE: Hanya Yanagihara
TRADUZIONE: Luca Briasco
CASA EDITRICE: Sellerio
ANNO: 2016
PAGINE: 1091
PREZZO:  22 €

BENVENUTI!

Ciao a tutti! Come potete vedere dalla struttura del sito, siamo ancora in piena fase “Lavori in corso”… Sia sulla grafica, che nella scelta delle foto e per quello che riguarda molte altre questioni sto ancora sperimentando e valutando cosa sia meglio fare, basandomi esclusivamente sulle mie intuizioni e temo che, purtroppo, si veda! Spero di riuscire a sistemare la maggior parte delle cose in sospeso nelle prossime settimane, magari avvalendomi dell’aiuto di qualcuno di più esperto, anche se penso che per rendere questa pagina esattamente come immagino che dovrebbe essere ci vorrà ancora un bel po’ di tempo (soprattutto perché non ho la più pallida idea di cosa sia un Plugin e ho sempre pensato che Widget fosse un Pokémon).
Ad ogni modo mi sembrava carino cominciare e per questo motivo il Blog sarà presto attivo con tanti contenuti e articoli! 🙂